Testi e contributi al tempo del Coronavirus-VII

Pubblicato il 8 giugno 2020 su Temi e Riflessioni da Adam Vaccaro

Testi e contributi al tempo del Coronavirus – VII

Proseguiamo con questa sesta serie di contributi, dopo la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la VI, del 21 marzo, del 27 marzo, del 10 aprile, del 16 aprile, del 5 maggio e del 16 maggio scorsi.
Vedi a:
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-e-immagini-al-tempo-del-coronavirus-1
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-e-immagini-al-tempo-del-coronavirus-2
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-al-tempo-del-coronavirus-3
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-al-tempo-del-coronavirus-iv
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-al-tempo-del-coronavirus-v
http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/testi-e-contributi-al-tempo-del-coronavirus-vi

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Parole e fatti
Politica di paura tra mascherine, mascherate e smascherati
Adam Vaccaro

Anche in questo VII post sull’argomento, proponiamo testi e contributi che, alla sensibilità del poièin affiancano riflessioni sulla logica dominante del sistema economicosociale in atto.
Diversi osservatori hanno rilevato che il problema sanitario del virus è stato gestito/proposto da governo e mass-media, in Italia più che in altri Paesi, con modalità che hanno accentuato angoscia, sudditanza e paura. Perché?
Sono fisime paranoiche fiorite dalle chiusure, dagli isolamenti e dalle limitazioni imposte ai diritti sospesi e garantiti dalla nostra Costituzione? O hanno qualche ragione e fondamento, le denunce di alcuni giornalisti, osservatori, docenti e cultori di varie discipline? Una minoranza, per lo più ignorata o insultata dai pasoliniani Padroni del Discorso, di cui ho voluto ospitare alcune opinioni critiche su pretese verità assolute. L’esercizio del dubbio e della critica rischia sempre epìteti delegittimanti, dal complottista al criminale, quanto più domina in quella che Platone chiamava caverna, un clima di Verità univoca.
Così, il governo rimane immune, anche se dopo l’iniziale decreto di emergenza non sono stati approntati adeguati presidi sanitari, persino per medici e infermieri, talché migliaia di essi sono morti. E idem, se dopo tre mesi di blocco (quasi) totale, ha elargito promesse di miliardi, con parole che Italiani privi di ogni protezione stanno ancora aspettando che diventino fatti. Parole che purtroppo in Italia, rispetto ad altri Paesi, sono rimaste vuote e stanno uccidendo centinaia di migliaia di attività produttive e commerciali, col rischio di una grave bomba sociale nel prossimo autunno. E l’elenco delle gravi carenze potrebbe continuare per quel che riguarda la scuola, o gli ambiti dello spettacolo e delle attività culturali.
Mentre, dunque, prosegue il ballo con mascherine, assurte a simboli assoluti di una difesa ideologica della salute, la struttura economica e milioni di Italiani sono lasciati in una condizione di crescente disperazione. Se gli Italiani continueranno a fare la rana immobile e bollita (quale quella evocata da Chomsky) in questa pentola a fuoco lento, i problemi e le prospettive possono diventare devastanti. A tutto vantaggio di tendenze autoritarie e interessi finanziari, legali o criminali, che ci amano supini ed muti. E chi vuole, si consoli con accuse di complottismo, sovranismo…e altre etichette idiote del mainstream.
Ognuno faccia quello che vuole, io trovo sano e utile, per me e Milanocosa, la ricerca di confronti aperti tra posizioni anche molto diverse. È una via senza garanzie, anabasica, in salita sempre. Vedo invece tendenze a forme di fondamentalismi ideologici e politici, addobbati da categoricità scientifiche, spesso contrapposte, oscillanti e non scevri da interessi economici. Vedo poi comportamenti quotidiani con forme paranoiche di ligi alle raccomandazioni di mascherine-distanziamenti ecc,, che magari vanno in bici in aperta campagna ben mascherati. Poi ci sono comportamenti opposti, ma derivano da questi ultimi i nostri problemi più gravi?
La gestione dell’ecologia mentale diventa di per sé più difficile in un clima di paura, che irrigidisce e riduce la capacità di relazioni. L’Altro è più facilmente un nemico, e non occorrono grandi scienziati per capirlo. La letteratura, non solo Manzoni, ce lo mostra. E la storia lo insegna. Competerebbe quindi a un buon governo la responsabilità di misure temperanti tali effetti, sociali e psicologici. La salute non dipende solo da un virus.
Preoccupa perciò rilevare accentuazioni opposte. E se in grammatica gli accenti contano, la storia ci dice che l’utilizzo della paura è tipico armamentario delle Destre. Come allora giudicare il governo attuale?
Al di là delle carenze, dei ritardi e delle inefficienze suddette, credo occorra dare un nuovo senso a destra e sinistra. Se è stupido ritenerlo superato, va però rinnovato se si vuole cercare di ricostruire progetti concreti, anche minimi, adeguandolo al dominio di una elite del capitale finanziario globale, rispetto al capitale produttivo e a una massa resa passiva e controllata da tecnologie digitalizzate. Sogni di dominio di una hybris nemica degli Stati che idolatra chip, protesi e cyborg. Non sono fantasie complottiste, ma realtà in atto. È un caso che i massimi esponenti dell’EU e della Banca mondiale (a cominciare dalle Von der Leyen e Lagarde), come di quasi tutti i capi dei governi italiani degli ultimi dieci anni, siano frequentatori o dirigenti del gruppo Bilderberg o di organismi come la Trilaterale? E idem il Colao della task-force della “rinascita” di Conte.
Ricordiamo poi che già da molti anni tutti i campi della Pubblica Amministrazione utilizzano al 90% sistemi di colossi mondiali quali Microsoft, Google e Facebook, per la raccolta e il trattamento di dati sensibili di tutti noi, di cui perciò questi ultimi sono detentori. E la collocazione fisica dei potentissimi computer-server che gestiscono questa immensa mole di dati a livello mondiale si trova negli USA (California).
Superfluo chiedersi, quindi, cosa è venuto a dire e a fare ultimamente Bill Gates, ricevuto quasi fosse un capo di Stato da Giuseppi Conte. Notizie che scorrono invisibili come il virus, mentre passano i mesi, tra decretoni e de-cretini di un governo, bravissimo almeno in una cosa, nell’addossare ad Altri le responsabilità di tutto quello che non funziona, dalla sanità all’economia, alla scarcerazione di centinaia di mafiosi: la burocrazia, l’Inps, le Regioni, le banche, l’EU, i mercati, le movide, i deficienti, gli oppositori. Una cosa in Italia resiste immutabile: la deresponsabilizzazione di chi governa. Per colpa di chi non lascia lavorare, o soffia sul fuoco ecc., col supporto ultimo aggiunto da un plotone di “scienziati”, lautamente compensati e in palese conflitto di interessi. Il primo virus italico da sconfiggere sarebbe quello dello scaricabarile, fonte di endemica immaturità civica ed etica individualistica, organica al pensiero neoliberista. E, beninteso, il focus sul governo centrale non cancella le carenze e le gravi colpe  delle gestioni (vedi Lombardia), con momenti  grotteschi alla Pappalardo, delle opposizioni. Una visione critica dell’attuale contesto deve rifiutarsi di cadere in strumentalizzazioni da tifoserie, che attaccano una parte per distrarre dalle proprie responsabilità.
Recuperiamo perciò capacità di confronto senza insulti insulsi tra opinioni e giudizi di versi. Altrimenti ogni appello unitario, diventa inutile retorica. L’attimo storico da cui è nata la nostra Costituzione è l’esempio prezioso da seguire! La critica utile va rivolta ai progetti di asservimento antropologico del capitale finanziario, riappropriandosi di strumenti culturali ritenuti superati: per essere modernissimi bisogna essere antichissimi?
Sono perciò orgoglioso di ospitare interventi – economici, filosofici, virologici – dei proff, Valerio Malvezzi, Pasquale Bacco e Diego Fusaro, oltre a testi di un poièin che prova a dare testimonianze di dolore e disagio, quali quelle di Giacomo Graziani, Giuseppe Leccardi e soprattutto di Maurizio Noris, in dialetto bergamasco, con frammenti di un oratorio in presa diretta con una delle realtà più colpite dal virus. Chiudono alcuni testi di Fausta Squatriti, con una originale quanto interessantissima proposta, che mette in forma quanto da me accennato con la mia ultima domanda, ri-creando testi a partire da Autori di quella poesia che è entrata in noi con sensi e suoni antichissimi, e sempre attualissimi.
Adam Vaccaro

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Seguono testi e interventi di
Valerio Malvezzi, Pasquale Bacco, Diego Fusaro,
Giacomo Graziani, Giuseppe Leccardi,
Maurizio Noris, Stefania Di Lino,
Fausta Squatriti
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Valerio Malvezzi
(intervista)
https://www.youtube.com/watch?v=MyGtDAM40As
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Pasquale Bacco
(intervista)
https://www.youtube.com/watch?v=-nZ2OT575zE
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Diego Fusaro
https://www.youtube.com/watch?v=_N0n2oNstfU&feature=push-fr&attr_tag=Le0dimjq3fwX34n_%3A6

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Maurizio Noris

’Ncovidâcc
dialetto bergamasco della media Valle Seriana (Bg)

Inizio maggio

Ol dulùr del vülìs bé

Ol dulùr
del vülìs bé
a l’me lassa rimirà la mórt
i sò büs
e i sò fradèi
a l’gh’à ö bagliùr vermèi
che l’isfrisa ‘n de l’indà
mia giöstàt
di mé caèi.

Ol dulùr
del vülìs bé
in del sò cüs
a l’tè guarnàt
ol giöst
i bödèi.

L’è ‘l piö bèl regàl
l’è insanglât,
cara té,
ol dulùr de l’òm
l’è ö sprefónd de lüs
e ’l vülìs bé
l’è chèl ’mpó despirât
öna paròla che la órsa l’sò nòm,
l’è ö fiùr e ö pecât.

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Il dolore dell’amore

Il dolore/ dell’amore/ mi lascia rimirar la morte/ i suoi buchi/ e i suoi fratelli/ ha un bagliore vermiglio/ che sfregia nell’andare/ non aggiustato/ dei miei capelli.// Il dolore/ dell’amore/ nel suo cucire/ tiene governati/ il giusto/ i budelli.// E’ il più bel regalo/ è insanguinato,/ cara mia,/ il dolore dell’uomo/ è uno sprofondo di luce/ e l’amore/ è quello un po’ disperato/ una parola che osa il suo nome,/ è un fiore e un peccato.

***
Metà maggio
Ol fà sito del lüto

Co’l póss i-scundìt
del lüto
faró i cöncc
in di dù öltem i-spàsem
de speransa
che lü l’isborgnerà
surtida ciara
sènsa palcia
e i sò paròle de negót
spefondade
biìde
in d’ö fà sito
rembambìt
che l’sirca ön óter nóm.

Perché
zamò ach adèss
i è i ’nsògn
de Dio
che nsògne
zamò ach adèss
l’è la presènsa
che la süplica
l’assènsa.

Zamò ach adèss
se mai s’la tróes
la và mia brancada
la belèssa.

L’sarà ö fà sito
fórsa
incargât
de tèndra debolèssa.
***
Il silenzio del lutto
(Traduzione letterale)

Con il pozzo nascosto/ del lutto/ farò i conti/ negli ultimi due spasimi/ di speranza/ che lui sgorgherà/ sorgente chiara/ senza fango/ e le sue parole di niente/ sprofondate/ bevute/ in un silenzio/ rimbambito/ che cerca un altro nome.// Perché/ già anche adesso/ sono i sogni/ di Dio/ che sogno/ già anche adesso/ è la presenza/ che supplica/ l’assenza.// Già anche adesso/ se mai si trovi/ non va carpita/ la bellezza.// Sarà un silenzio/ forza/ caricato/ di tenera debolezza.

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Stefania Di Lino

[corpo del reato
soffri le parole prima
di scriverle o dirle
non accontentarti non beartene
soppesale prima e soffrile
soffrile molto le parole
in controluce sono scarti del non detto,

[della parola fanne un cilicio da indossare
una liberazione lenta per cui lottare
un groviglio di serpi nello sterpaio in cui mettere le mani
un vespaio su cui di notte soffiare soffiare forte
con le parole fai accadere la tempesta],

le mie luci d’apertura all’alba erano
gocce di sudore della scorribanda notturna
un baluginio di ombre abbaglianti sul muro
tessevano ragnatele
partivano dagli angoli bui
li annodavano
volteggiavano pipistrelli sui miei capelli,
tu invece avevi l’orgoglio dilatato delle narici esposte
alle spore dei pioppi
eri già contaminato
condannato nel vizio endemico della coazione
(la coazione è una paura congelata
ci si nutre male
da cui nulla s’impara)
tu eri la malattia genetica senza diagnosi
tramandata di madre in figlio
come un coltello avevi
la tristezza piantata tra le scapole
e il passo trascinato dell’abbandono,

[tu eri l’estraneo con cui coabitavi
estraneo e prossimo
era il vuoto di te stesso],
malattia lunga una vita
non t’accorgevi che dai tetti di questa città antica
scivolava come colla l’estraneità stereotipata
la fredda distanziata
precipua della robotica,
la città era un magma lento che sigillava finestre
ammutoliva voci
congelava il pensiero
sterilizzava dalle tracce umane le porte
ma sugli zerbini d’entrata
rimanevano depositate le scorie
e i fiati innocenti dei bambini
quelli ancora vivi battevano i piedi
reclamavano l’erba di un prato su cui giocare, loro
volevano abitare i rami degli alberi
confondersi col verde delle foglie
gridavano e avevano
il becco aperto degli implumi nel nido
con le ali – cioè con gli omeri –
battevano forte le porte,

[l’asettico non grida
non brulica
non sporca
è privo di vita o prossimo alla morte]

sigillato il respiro svuotavano il ventre
era l’avvio accelerato verso l’imbalsamazione
era patrimonio dell’Unesco
in remoto ciò che umano era stato e più non era
nell’indicativo semplice e nel futuro anteriore,
ma il mio corpo nel letto (Hopper lo aveva già detto)
rimaneva l’ultimo scoglio prima della marea
prova vivente corpo del reato
scoglio vivente di ogni tuo naufragio,

[n.b. = si scrive con un frammento
miserrimo eppure divino
tra il doppio e lo speculare ventriloquo
siamo dell’altro il volto
il molto che ignoriamo],

***

Giacomo Graziani

Lo specchio dell’acqua

Il mare ha il ritmo del tempo presente: l’onda batte con il ritmo del nostro respiro, suggerisce una cadenza ai nostri pensieri. Il fiume segna il passare del tempo con l’evidenza iconica dello scorrere dell’acqua; dalla sorgente alla foce, dalla nascita alla morte. O forse il suo aprirsi nel mare figura l’idea di un’accoglienza dopo la morte in una più vasta esistenza. L’acqua ferma del lago e dello stagno induce il pensiero di una indagine più profonda nel mistero dell’essere, con il rispecchiamento ingannevole che ci offre il suo riflesso.
Così, nelle sue mutevoli forme l’elemento naturale che tocca i nostri sensi nel modo più pervasivo e sfuggente suggerisce l’accostamento a diversi momenti ed esperienze della nostra esistenza. Così l’acqua diventa metafora della vita stessa, per l’attrazione di un elemento mobile “vario e diverso e insieme fisso”, parafrasi della vita che si rinnova.
Ma l’acqua è anche figura della morte: l’acqua nera, urna del mistero, immagine del nostro “cupio dissolvi”, di un estinguersi nel grembo materno della morte.
L’acqua è viaggio; acqua da attraversare perigliosamente verso una meta. Acqua che ci ricorda nel procedere del nostro navigare la mobilità infinita dell’universo, parafrasi del tempo eternamente mobile tra passato e futuro. E l’acqua è naufragio; evento che da tragedia può diventare esperienza, inizio di altri viaggi, ammaestramento per la nostra fragilità, scarto tra desiderio e realtà, coscienza di memoria e mancanza, volontà di affermare oltre il limite la nostra testimonianza di un vissuto.
L’immagine che istituisce forse il rapporto più intrigante tra noi e il mobile elemento è per contro quella che lo coglie nella sua staticità, rivelandolo come specchio ingannevole che ci propone l’immagine “dell’altro” e ci toglie quella cercata, “dell’Altro”. Ma è un inganno di cui l’acqua ci avverte con il suo riflesso mobile e imperfetto, svelato come filtro opaco del vero irraggiungibile, parafrasi iconica della teoria dello specchio (Lacan). Immagine che con la sua labilità ci aiuta a non identificarci con un riflesso, ma che ci si rivela come sguardo di un “altro”, tramite e filtro di un “Altro” non attingibile. Meccanismo di riflessi e di identificazioni ingannevoli che suggeriscono l’immagine del percorso che compie l’interrogazione poetica sulla verità del nostro essere. Nella ricerca di una parola messaggera dell’”Altro” e portatrice di un vero assoluto, essa infatti procede su una catena di significanti altri da quelli del linguaggio comune, capaci di suggerire nuovi significati del reale e avvicinare il senso profondo della nostra attenzione sul mondo.
Ma è solo la risonanza dei significanti tra loro (anche lontana, nei versi che si richiamano, in un presente ritmico e musicale di tutto il testo) che attinge la prossimità del significato, in un tutto dell’espressione poetica che fa di una “catena di suoni “ un quadro musicale, una astanza totalizzante che impone la verità come armonia racchiusa nello spazio di un tempo presente Così forse la poesia raggiunge una non cercata saggezza, cercando una verità che essa ci offre solo come rappresentazione, in una forma che certifica la sua attendibilità con l’evidenza della bellezza.
G.G. 26.8.14

***

Giuseppe Leccardi

DOMICILIARI

Nella cornice d’una primavera
che procede sui binari consueti.
Fra ritagli di luce alle finestre
e giardini orfani di giochi,
passano i giorni che non hanno voci
né senso come un “prima” o come un “dopo”
ma solo un oggi grigio di pensieri
che non hanno più spazi, né balconi.

Pinocchi, non di legno ma di senno,
come vecchi giocattoli riposti
in scatole di latta e tramandati
dai padri ai figli senza gradimento,
aspettiamo un domani nebuloso
senza colori sbocciati né profumi,
con altari di terra fra le croci.

Chissà se ci verrà in soccorso
la Fata Turchina col suo tocco
che può farci tornare burattini,
liberi da norme, obblighi e divieti.

***
Fausta Squatriti

Avanzi di cucina

Dalle poesie di alcuni autori italiani, tra Duecento e Ottocento, ho prelevato delle singole parole, che ho poi usato, aggiungendo solo la punteggiatura, o un articolo, per scrivere un mio testo.
Nonostante lo sradicamento delle parole dal loro contesto, e il lavoro di smontaggio, è rimasta l’aura a loro conferita dagli autori legittimi, sebbene i nuovi testi non siano più loro, non sono neppure miei, sono di un terzo, segreto autore.
F.S.

GUIDO CAVALCANTI

Per ciascuno
sovrana parvenza canti,
in questo mondo
dove colui che di paura muore
teme ciò che luce misura.
Non ha valore
non ha vita
ragionare d’amore
senza venti e ira.
Segno e figura,
battaglia della mente
di troppo intelletto
conviene:
un poco di pietà,
noia di consumato rumore,
soffre della vanità il dolore
in dubbiosa debolezza.

*

DANTE ALIGHIERI
INFERNO

Presto, altro viaggio,
come a te piace: anime affamate
tra onde nel fervore aperte
al triste fiato, a noi verranno
ruffiani e lordura,
oro e argento,
pietra in cielo in terra
giù nel fondo
sazie lusinghe
spenta sapienza.
Piange nel cerchio
parte in terra parte in acqua
la violenta mano.
Largo fosso comparte virtù
per l’erto scoglio imposto
ove Pietà sull’ossa morte
bagna del caso l’ira.
Crudeli verranno
i tuoi pensieri tra i miei
con l’ali tese
e mala sementa sfavilla
tra gente avara.
Animo ghiotto
l’altro sonno nella testa
beato pieghi
chi digrigna ferita,
e sua vita consuma.

PURGATORIO

Uomo che va cogliendo biada o loglio
il suo cammino pensa:
da l’altro fianco convien che vada?
Mezzo cerchio del moto
tra sole e inverno
partito da quell’ombra dai mille odori,
su l’orlo supremo tal volta
degna di perdono.
Crudeli acque
nell’ombra di zaffiro
perduta ombra vidi
muovere la testa.
Non so se intendi
tra erto e piano, sghembo,
corpo gelato
per le lontane ripe al mondo tornato.
Tra erba e fiori
malo amore si raffina.

PARADISO

Lume della mente
fiamma promessa,
lucerna del mondo
per diverse sorti offerta,
quattro cerchi congiunti.
Rossa tempia
di segni e di martiri:
– Io e mio –
– noi e nostro –
parole chiare si cerca,
di molti amori il gran digiuno.
Seme amaro
in larga bigoncia:
attendere e vedere
degli splendori le turbe.

GIOVANNI PASCOLI

Rauco stride
il pallido mio cuore
in nera ritrosia d’opachi silenzi.
Gregge d’ombre
guida il tumulto
nell’ ambrosia notte,
errore cerca,
fiuta in crepuscolare guazza
nero dell’uomo il sangue.
Roco ansar di colpi
raffiche interrotte
nell’ora dubbia
dove il bianco ossame
di stolidi giganti
per l’ombra lento andava.
Frutto d’odio,
immondo nido a concava terra
di fuochi spenti
parlava.

***

5 comments

  1. Maurizio Noris ha detto:

    Ti ringrazio Adam per aver ospitato, nel tuo appassionato raccontare del cap 7 di testi e contributi ai tempi del Coronavirus, due mie poesie, che sono frammenti dell’attraversamento della mia esperienza nel coronavirus. Il paese in cui da sempre vivo, in Valseriana, la violenza sospesa delle tante vite che si sono perdute, spingono a sguardi da dentro, a occhi abbassati a fare silenzio, a cercare e distillare parole, come potate resistenze nell’andare.
    Ciò che tu evochi come il rischio politico dell’uso restauratore dell’emergenza pandemica, vero o meno che sia, vede irriducibile, in quanto esperienza dentro la vita mia e del mio mondo, la provocata domanda intorno al valore della morte e dei morti disseminati con inusitata soverchia nel suo tempo. Sono tanti e sono lì ancora sospesi, incovidati, che aspettano di essere compresi.
    Un caro saluto. Maurizio Noris

  2. Adam Vaccaro ha detto:

    Oh, caro Maurizio, sono io a ringraziarti, per avermi consentito con i tuoi testi di dare forma e testimonianza dello strappo doloroso che mi attraversa, dentro questa drammatica vicenda. A livello razionale non posso, non riesco, a tacere su quello che ho cercato di sintetizzare. Non è una novità, il potere non è mai neutro. A livello emozionale, ribolle la carne dei dolori e delle perdite, di cui tu hai dato quella forma icastica e lapidaria. Esatta e per me necessaria, volendo dare conto dei due livelli. L’attacco di una tua poesia “Ti ho visto…” mi ha peraltro colpito, perché è identico a quello di una mia lontanissima poesia, in dialetto del mio paese molisano di origine (Bonefro), nata dall’aver assistito alla morte di una donna del popolo. Morte per un altro atavico e non vinto virus, quello della povertà. Ti manderò una coipia per email, e comunque ci ritroveremo con Anticipazioni a luglio.

  3. Stefania Di Lino ha detto:

    Caro Adam, un sentito ringraziamento per l’accoglienza su questo prestigioso spazio letterario e, ancor più grata, per la tua dotta e articolata premessa, in un momento storico così ingrato, in cui sembra che ogni parola vada inventata nuovamente per descrivere una conflittualità e una simultaneità di situazioni (sanità, scuola, lavoro, rapporti interpersonali, corporeità), e di percezioni di cui, oggettivante, ne ignoriamo ancora la portata e la gittata, per noi e per le generazioni future, anche in termini psicologici e psichiatrici.
    Possiamo solo ipotizzare, non senza preoccupazione, le conseguenze politiche e antropologiche di questa pandemia, vera o inventata che sia, voluta o mal gestita (e chissà che le due cose non coincidano, lo sapremo mai?), ma con vittime vere, e non mi riferisco solo alle morti avvenute – che da sole già basterebbero a descrivere la distopia del tempo, ma anche a quelle che seguiranno – in cronaca abbiamo dei segnali precisi in tal senso – e nei termini che tu stesso accenni, ovvero in un allargamento della forbice sociale ed economica tra ricchi e poveri, con uno scivolamento verso il basso dei ceti intermedi. Un virus e un’emergenza – e in emergenza tutto è consentito – che ci hanno traghettati, bruscamente e malamente, dall’illusione di una seppur fragilissima democrazia a un nuovo autoritarismo tecnocratico della peggior specie. E chissà se l’una, nel suo vulnus, non sia stata l’interfaccia dell’altro.
    Un caro saluto,
    Stefania Di Lino.

  4. Adam Vaccaro ha detto:

    Il tuo commento, cara Stefania, coglie in pieno il senso di apertura e misura con la complessità, che cerco di sollecitare col mio intervento. Auguri a tutti noi e un abbraccio
    Adam

  5. Adam Vaccaro ha detto:

    Segue il bel contributo di ampio respiro di Giacomo Graziani, ricevuto per email
    A.V.
    —————–

    Caro Adam,
    accolgo il tuo invito a esprimere le mie riflessioni sulla crisi gravissima che investe ormai tutto il pianeta e il nostro paese in particolare. Espongo in breve le mie considerazioni con la coscienza di esprimere le ovvietà che ogni persona di onesto pensiero potrebbe elencare. Ma dobbiamo credere fortemente alla possibilità che il nostro disgraziato paese trovi miracolosamente la forza di risollevarsi per avviarsi ad un futuro che oggi è difficile intravedere ma che l’Italia per il suo passato e per gli sforzi di tante persone di talento e di buona volontà certamente si merita. Per una nostalgia di bellezza che non ci ha ancora abbandonato.
    Di fronte alle crisi in corso e all’urgenza di garantire una risalita dell’economia a breve e lungo termine occorre procedere con sano dualismo di obbiettivi che non possono essere gestiti come scelte fra loro alternative. Ciò è del tutto evidente nella stretta fra salvaguardia della vita e rinascita del sistema economico. Alla politica sta l’obbligo di riprendere il suo ruolo di decisore responsabile di fronte a tutto il paese. A tutte le scale territoriali: se occorre l’urgenza di una riforma è il chiaro riconoscimento di ambiti di responsabilità decisionale a livello territoriale. Stato, Regioni e Comuni.
    Quello che in questi giorni sta accadendo sul tema COVID 19 ha dell’inverosimile. Basterebbe solo il buon senso per definire gli ambiti di competenza in modo rigoroso con preciso riferimento agli ambiti territoriali. Credo che tutti ormai se ne rendano conto. Ma forse non i politici, che inseguono rendite di posizione a danno degli interessi di tutti. A livello dei singoli, un po’ di buon senso basterebbe per equilibrare le misure di prevenzione rispetto alle diverse situazioni che tutti incontriamo ogni giorno. E intendo misure di salvaguardia proporzionate agli effettivi pericoli di contagio e alle diverse fragilità delle classi di età.
    Nel contempo a livello politico è necessario definire un progetto strategico che ancora non si vede. Mentre occorre operare nel breve per garantire la sopravvivenza del sistema paese (e con questo si intende l’irrobustimento dell’economia e la salute del corpo sociale) è altrettanto prioritario mettere in atto fin da subito (e siamo già in ritardo) le prime operazioni necessarie per una riforma strutturale dell’economia indirizzata ad alcuni obbiettivi strategici, tutti improntati ad una realistica sostenibilità a lungo termine.
    Mi riferisco alla cura del territorio, con opere diffuse a difesa dagli eventi naturali. Alla selezione di nuove infrastrutture con rigorosi criteri di salvaguardia ambientale e con normative di appalto che non facciano saltare di gioia la criminalità organizzata. Penso alla riduzione progressiva di un debito che inevitabilmente crescerà notevolmente in questa congiuntura. Penso a un’industria che metta in atto processi e prodotti ecologicamente compatibili per la nostra sopravvivenza come specie, ad una economia agganciata al lavoro e non alla speculazione finanziaria. Alla base di tutte queste linee operative è sottesa la priorità assoluta della formazione: tecnica (vedi lo sviluppo di una società digitale) culturale e civile. Corollari di questo programma la riforma fiscale collegata finalmente ad una seria lotta all’evasione e una guerra spietata alle mafie che sono la palla al piede del nostro paese. E infine una educazione alla solidarietà e una prassi politica che giustifichino il senso di appartenenza a questa nazione da parte del crescente numero di cittadini torturati dalla povertà.
    L’impegno necessario per realizzare tutto ciò, sempre che la situazione internazionale ce lo permetta, mi sembra enorme, stante la classe politica che oggi ci rappresenta. Stante le incertezze e l’insufficienza di un’Europa ancora dominata da una logica neoliberista e frenata da nazionalismi e da governi antidemocratici. Stante la rincorsa agli armamenti e ai disastri ambientali a livello mondiale. Ma senza l’ottimismo della volontà, come governare la ragione?
    Giacomo A. Graziani
    15.6.2020

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