A proposito di TAV

Pubblicato il 15 marzo 2012 su Temi e Riflessioni da Adam Vaccaro

Segue un intervento di Franco Romanò sulla TAV, che si aggiunge a quello già postato di Ennio Abate – vedi a http://www.milanocosa.it/temi-e-riflessioni/a-proposito-di-tav. Anche questo di Romanò colloca la questione nel quadro delle derive autoritarie, che il degrado sociopolitico e culturale italiano sta producendo sotto i nostri occhi. La TAV, con i suoi contorni di interventi militari, arresti e battage ideologico sulla democrazia, mostra la violenza di stato a senso unico, verso chi non ha difese o si oppone a scelte e misure “tecniche” ed economiche per “salvare l’Italia”, con equità e crescita, dicono i bla bla della maggioranza dio governo, di destra e di sinistra.

In particolare nel corso degli ultimi 2-3 decenni, le insazialbili cavallette dei partiti politici, mentre si appropriavano di privilegi e risorse pubbliche, favorivano riforme di impoverimento di diritti e redditi dei più, entro una forma di Europa offerta come il cocktail insuperabile del nuovo millennio: nEUROdeliri cui non siamo stati capaci di contrapporci con linguaggi e un pensiero forte adeguati. Marcio montante e marcia trionfale di idee fallite – liberismo capitalistico ecc.. – hanno costruito il deserto per i più e castelli d’oro per pochi.

Coloro – compresi noi 50-60-70enni – che hanno coltivato un pensiero critico e sognato mutamenti di crescita umana, sono rimasti coerenti e carenti. E poco conta domandarsi se la storia e la forza delle cose potesse consentire di più.

Forse ora può servire dirci i nostri limiti, recuperare umiltà e necessità di imparare senza illusioni e pianti, per cercare modalità nuove o migliori pensando a chi sta pagando prezzi maggiori, tra giudizi inappellabili e Manganelli (nomen omen) di stato, benedetti dai Napo (che si è negato persino ad alcuni sindaci critici della Valle di Susa), dai Berlus e dai Bersan, per reprimere chi non si adegua.

Credo, insomma, che anche questo articolo di Romanò abbia il merito di riflettere criticamente sia verso chi ha eroso redditi, dignità e identità dei lavoratori, sia verso chi pur non bevendo l’intruglio di falsità di stato e mass-media, non riesce ancora a farsi disegno e massa critica di un oltre o di una comunità altra, forse anche perché il brodo individualistico contagia? Un contagio che il movimento no-tav – con tutte le critiche che gli possono essere mosse – tende a voler contrastare, facendosi corpo di un progetto di futuro e di una comunità che a livello nazionale prende ancora troppo poco forma.  E’ anche per questo che viene così criminalizzato?

Adam Vaccaro

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NO TAV, MOVIMENTI E POLITICA

Franco Romanò

Il movimento No tav è giunto a mio giudizio a un punto critico e di svolta che può segnare il suo rilancio in un contesto di alleanze politiche e sociali più vaste, oppure alla sconfitta se non sarà così. Sarà il caso di richiamare, prima di tutto, qual è la dimensione degli interessi che sono in gioco e chi riguardano. L’elenco delle partecipazioni all’impresa che riporto qui di seguito in corsivo ce ne fornisce un’idea anche se è probabilmente incompleto.

Alla Cmc (Cooperativa Muratori e Cementist), cooperativa rossa, quinta impresa di costruzioni italiana, al 96esimo posto nella classifica dei principali 225 «contractor» internazionali che vanta un ex-amministratore illustre, Pier Luigi Bersani, si è aggiudicata l’incarico (affidato senza gara) di guidare un consorzio di imprese (Strabag AG, Cogeis SpA, Bentini SpA e Geotecna SpA) per la realizzazione del cunicolo esplorativo a Maddalena di Chiomonte. Valore dell’appalto 96 milioni di Euro.

Rocksoil s.p.a società di geo ingegneria fondata e guidata da Giuseppe Lunardi il quale ha ceduto le sue azioni ai suoi familiari nel momento di assumere l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Berlusconi dal 2001 al 2006. Nel 2002, la Rocksoil ha ricevuto un incarico di consulenza dalla società francese Eiffage, che a sua volta era stata incaricata da Rete Ferroviaria Italiana (di proprietà dello stato) di progettare il tunnel di 54 Kmmdella Torino-Lione che da solo assorbirà 13 miliardi di Euro.

Il ministro si è difeso dall’accusa di conflitto di interessi dicendo che la sua società lavorava solo all’estero.
Impregilo è la principale impresa di costruzioni italiana. È il general contractor del progetto Torino-Lione e del ponte sullo stretto di Messina. Appartiene a: 33% Argofin: Gruppo Gavio. Marcello Gavio è stato latitante negli anni 92-93 in quanto ricercato per reati di corruzione legati alla costruzione dell’Autostrada Milano-Genova. Prosciolto successivamente per prescrizione del reato. 33% Autostrade: Gruppo Benetton. Uno dei principali gruppi imprenditoriali italiani noto all’estero per lo sfruttamento dei lavoratori delle sue fabbriche di tessile in Asia e per aver sottratto quasi un milione di ettari di terra alle comunità Mapuche in Argentina e Cile 33% Immobiliare Lombarda: Gruppo Ligresti. Salvatore Ligresti è stato
condannato nell’ambito dell’inchiesta di Tangentopoli pattuendo una condanna a 4 anni e due mesi dopo la quale è tornato tranquillamente alla sua attività di costruttore.

L’elenco di cui sopra spiega anche per quale ragione sia impossibile scardinare questa concentrazione di interessi puntando solo sulla razionalità e gli studi scientifici. Prima di tutto l’idea di una razionalità scientifica inconfutabile e super partes è un’illusione: la scienza non è neutrale, né nelle sue procedure né nella scelta dei campi di ricerca. Schieramenti così potenti e imponenti, inoltre, possono mobilitare scienziati e tecnici molto più di chi si oppone a certi progetti. Comunque per chi voglia approfondire anche questo aspetto riporto qui di seguito alcuni siti dove compaiono studi di emeriti scienziati relativi alla Milano Lione:

Politecnico di Torino:

http://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute/

http://www.notav-avigliana.it/doc/delibera_25_2008_g_relazione.pdf
Presentazione dell’Ingegnere Zilioli, in relazione a “EFFETTI TAV – STUDI EUROPEI/buone pratiche e cattivi esempi” http:/www.comune.re.it/retecivica/urp/retecivi.nsf/PESIdDoc/CE2F74FF4EBDC0A7 Ricerca del Politecnico di Milano sull’alta velocità in Italia che svela un buco di milioni di utenti.

La dimensione del conflitto di interessi in Italia è enorme e abnorme e per di più sappiamo anche che il partito dei castigatori del conflitto di interessi, assai sensibile quando si tratta di Silvio Berlusconi, è del tutto silente o quasi in altri casi. Ci sono esempi altrettanto clamorosi negli ultimi trent’anni. Questo per dire che uno schieramento come quello indicato in precedenza e che può contare su trasversalità politiche così profonde non può essere affrontato senza aprire spaccature al suo interno.

La resistenza territoriale è stata una fattore strategico per vent’anni e lo è ancora ma ha potuto contare anche sulle incertezze dei governi precedenti, incapaci di fatto di prendere decisioni, oppure – nel caso dei governi di centro sinistra – di perseguire una politica del rinvio tattico per lasciare ad altri l’incombenza di togliere le castagne dal fuoco, ma incapaci di abbandonare il progetto No Tav come altri. Questo gioco secondo me è finito perché il governo Monti è diverso dai precedenti nella capacità decisionale e pur dovendo anch’esso tener conto delle resistenze sociali (non solo in Val di Susa), ha tuttavia la volontà politica di andare avanti, a differenza dei precedenti governi.

Ciò che diventa indispensabile a questo punto è far diventare questa lotta una vertenza nazionale: uscire dalla valle, ma come? Il movimento sembra avere compreso questa necessità ma le iniziative sparse di questi giorni dimostrano che ci si è mossi solo sull’onda emotiva di una riposta generica alla repressione, mentre uscire politicamente dalla valle per rilanciare la vertenza significa poter unificare le diverse lotte territoriali sparse e isolate ma presenti su tutto il territorio, decidendo insieme ad esse forme di lotta anche estreme ma comprensibili dalle popolazioni coinvolte.

Occupare la tangenziale di Roma o di Reggio Calabria in solidarietà con chi occupa la tangenziale di Torino alla lunga farà inferocire solo gli automobilisti di quelle città e basta. Può essere utile farlo a Palermo perché il movimento dei forconi presenta forti analogie e persino obiettivi comuni alla Val di Susa, ma è del tutto sbagliato farlo in altre situazioni.

Un altro esempio di alleanza territoriale possibile, esemplificativa di ciò che voglio dire. A Broni c’è una sollevazione popolare in atto perché i fondi stanziati (così sembrava) per bonificare il territorio occupato da una fabbrica chiusa che produceva amianto, sembrano ora destinati a costruire un altro pezzo di autostrada. È ovvio che i cittadini di Broni capirebbero benissimo l’esigenza di certe forme di lotta, anzi lo hanno già fatto.

Costruire allora vertenze intrecciate e decidere giornate di lotta comune che attuino la resistenza territoriale in diversi punti del territorio ma nello stesso momento, avrebbero una forza di impatto rilevante, anche perché i processi di privatizzazione e di contemporaneo taglio delle risorse, rendono più difficile la presenza contemporanea degli agenti della repressione in più territori.

La generalizzazione delle lotte in questi giorni, invece, mi sembra andare in una direzione diversa e a mio avviso sbagliata: quella della pura solidarietà di opinione. Mi sembra significativo e preoccupante, per esempio, che a nessuno sia venuto in mente che la vertenza No Tav e quella dei lavoratori da mesi sulla torre di Milano per protestare contro l’abolizione del servizio cuccette sui treni notturni, diventassero oggetto di momenti di lotta comune. Non che sia mancata la solidarietà a entrambi i movimenti perché questa c’è stata, ma è mancato un ragionamento politico sulla contiguità fra le due vertenze: la dislocazione delle risorse su progetti che privilegiano solo una minoranza di utenti delle ferrovie (cancellazione dei servizi notturni come dei tagli per i pendolari) a discapito dell’intera comunità, non è forse analogo per i progetti in Val di Susa? Ecco un altro esempio di possibile generalizzazione virtuosa.

Tutto questo rimanda a mio avviso alla presenza di un vuoto politico e del modo in cui si sceglierà di riempirlo. Se si seguiranno centri sociali e anarchici in una generalizzazione delle lotte che punti sulla cosiddetta risposta alla repressione si finirà nello stesso vicolo cieco degli anni ’70: tale propensione, oltre che denunciare una forma maniacale di autolesionismo e coazione a ripetere errori, rivela una totale incomprensione del modo in cui si muovono oggi gli agenti della repressione.

I processi di privatizzazione e taglio della spesa pubblica, stanno portando a una ristrutturazione e cambiamento radicale nella gestione dell’ordine pubblico, sempre più basata su sistemi tecnologicamente raffinati (e ne abbiamo avuto un esempio proprio negli arresti in Val di Susa, al tempo stesso intimidatori ma anche selettivi, volti a isolare i valligiani per poi colpire direttamente loro), controllo del territorio lasciato di fatto alla criminalità organizzata, in alcuni casi con vere proprie funzioni di ordine pubblico (andate a fare un furto in un’auto sulla costiera amalfitana e si potrà toccare con mano cosa significa la camorra in funzione di supplenza dello stato), infine una massa di agenti peones con stipendi da fame e messi nella impossibilità di svolgere le proprie normali funzioni, ma utili da far scontrare nelle strade con altri peones più o meno consapevoli: dalle tifoseria da stadio al ribellismo generico dei senza causa. Pensare che siano gli agenti peones la punta di diamante della repressione significa davvero non comprendere nulla: con questi ultimi andrebbe aperto un confronto duro ma confronto, su cosa è diventato il loro lavoro, con una capacità anche di far risaltare i fenomeni di corruzione, lo scandalo degli stipendi d’oro dei funzionari ecc. ecc.

LA RAPPRESENTANZA POLITICA.

La Fiom, invitando No Tav e greci alla sua manifestazione ha compiuto un atto politico importante e coraggioso, svolgendo di fatto una funzione di generalizzazione politica positiva delle diverse lotte in atto sul territorio. Questo mi fa prima di tutto affermare che coloro che hanno dato per morta la classe operaia dovrebbero almeno ripensarci un momento. A parte questo, tuttavia, la Fiom ha svolto in questi giorni un ruolo di supplenza politica nel vuoto lasciato dal disastro della sinistra e un ruolo di supplenza non può essere svolto da un sindacato per un tempo indeterminato, può favorire l’accelerazione di processi di maggiore consapevolezza nei diversi spezzoni del movimento, ma non può risolvere da solo il problema della rappresentanza.

Il significato più rilevante della scelta politica coraggiosa di Landini e del gruppo dirigente Fiom, sta proprio nell’avere fatto emergere il vuoto politico, costringendo per esempio il Pd a non partecipare alla manifestazione di Roma, non partecipazione che considero positiva, ma che avrà anche contraccolpi sia nel Pd (e questo va benissimo) sia nella Cgil: partiranno forme di pressione molto forte e la punta di diamante della repressione anti Fiom interna al sindacato, Bonanni, si è già fatta sentire. Posto il problema, la Fiom non può risolverlo da sola anche per suoi limiti intrinseci che vanno oltre il suo essere un sindacato e sui quali sorvolo in questa sede.

Vorrei concludere queste riflessioni sparse con una proposta politica precisa che affido un po’ come si affida il messaggio nella bottiglia gettata in mare, ma anche con la consapevolezza di mandarlo a qualcuno che può rilanciarlo verso altri che possono ascoltarlo.

Un incontro nazionale fra tutte le realtà di movimento più importanti che indico subito: Movimento No tav, forconi siciliani, vertenze operaie in atto, costituente dei beni comuni, movimenti femminili che si muovono sul terreno del lavoro di cura e del contrasto alla violenza nei confronti delle donne, movimento sardo, Fiom, piccoli e grandi laboratori politici. Tale assemblea, tuttavia, dovrebbe essere visibilmente aperta a tutti coloro che sono travolti da questa crisi, anche con interessi che una volta si sarebbero definiti di classe, in contraddizione più o meno superficiale o più profonda con i movimenti di cui sopra, ma interessati comunque ad aprire un dialogo. Non credo che sia necessaria un’agenda o un ordine del giorno troppo costringente e vasto. Penso che solo sedendosi intorno a un tavolo e se si avesse la capacità di ascoltare prima ancora di parlare, l’agenda dei problemi si comporrebbe da sola sotto gli occhi di tutti.


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