La scomparsa di Jack Hirschman

Pubblicato il 25 agosto 2021 su Senza categoria da Adam Vaccaro

Un altro grande scrittore e amico ci ha lasciato e voglio ricordarlo con la presentazione che ne feci il 7 novembre 2005 al Teatro dell’Arte di Milano – un evento reading di Jack Hirschman, organizzato da Teatro CRTManifestoMilanocosa e Casa della Poesia di Baronissi. In quella occasione gli dedicai l’intervista che segue, e che fu poi pubblicata anche dalla Rivista Il Segnale

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Altre ragioni – su Hirschman e oltre

Adam Vaccaro

Siamo in una situazione culturale affollata, deprimente e ininfluente rispetto al potere in atto, che usa armi sempre più potenti, oltre che di distruzione, di distrazione di massa, per una produzione di consenso sempre più beotizzante. È una situazione in cui, tra i Nomi più noti, ben pochi hanno speso la propria visibilità su guerre, scandalosi andamenti delle vicende politiche, occasioni di recupero di memoria o di uscita da punti di vista chiusi nel pantano italiano – vedi i casi del trentennale della morte di Pasolini o del recente tour italiano di Jack Hirschman.

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Spazi di Poesia a Bonefro

Pubblicato il 15 agosto 2021 su Resoconti Esperienze da Adam Vaccaro

Spazi di Poesia a Bonefro

Il progetto Spazi di Poesia, che ho ideato e organizzato per Bonefro, mio paese di origine, e che è stato molto ben esposto in un Articolo (che riallego) di Rosalba Le Favi per la Voce di Mantova, sintetizza il mio percorso di ricerca di una poesia intesa come linguaggio totale, fondato su due termini: Identità e Adiacenza. Poesia cui non basta dare forma a giardini di suoni e immagini (ricordando anche la lezione di Antonio Porta) chiusi e appagati di sé, ma aprirsi a scambi vivificanti con l’Altro e l’Oltre il Sé, che pure è la casa del senso cercato. Sono nuclei di senso, che l’attuale fase di sviluppo del capitalismo globalizzato tende a negare alla radice, e implicanti quindi ricerca di visione altra e pensiero critico. Non a caso ho scelto e coinvolto al mio fianco voci di critica come John Picchione (da decenni fonte di scambi vivificanti) e di poesia (come Gabriella Galzio e Tiziana Antonilli), nonché autrici di immagini, in foto e pittura (come Carmen Lalli e Mirella Sotgiu), al fine di comporre un caleidoscopio di linguaggi multimediali.

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La morte di Gino Strada

Pubblicato il 14 agosto 2021 su Senza categoria da Adam Vaccaro

Con la morte di Gino Strada, fondatore e instancabile animatore di Emergency, se ne va uno degli uomini migliori del nostro tempo. Sta a noi comprendere e raccogliere la sua eredità. Il difficile è costruire insieme un paese veramente democratico, civile, pacifico, capace di trovare dialetticamente e politicamente sintesi ragionevoli sulle grandi questioni che agitano e dividono la collettività.
Libertà, dignità, rispetto siano valori veri, non un vuoto esercizio retorico.
Adam Vaccaro

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“Spazi di Poesia” da Bonefro a Mantova

Pubblicato il 9 agosto 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

“Spazi di Poesia” da Bonefro a Mantova
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in un ampio articolo-intervista del 3 agosto 2021 di Rosalba Le Favi, nella Rubrica Mantova Poesia de “La Voce di Mantova”
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L’evento multimediale, Spazi di Poesia, ideato e organizzato con Milanocosa da Adam Vaccaro, con la collaborazione e il Patrocinio del Comune di Bonefro, richiamato con rilievo a Mantova.

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Giuseppe Cinà – ‘A macchia e ‘U Jardinu

Pubblicato il 23 luglio 2021 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

TRA CUNTU E CANTU
Giuseppe Cinà, A MACCHIA E U JARDINU, Manni Editori, 2020

di Gabriella Galzio

Nello scandagliare i testi di questo libro mi sono avvalsa principalmente della traduzione, lasciando all’Autore di restituirci la voce della poesia e la poesia della lingua. Seguiamolo dunque nella sua nota conclusiva e addentriamoci nel suo mondo: “L’opera mette in scena una visione del mondo focalizzata su un ristretto territorio rurale denominato Sparauli, posto all’interno della Riserva naturale dello Zingaro, presso Castellammare del Golfo. Essa si sviluppa con riferimento a un luogo, un tempo e un nucleo valoriale osservati sul filo di una svolta epocale venuta a compimento nell’arco delle due ultime generazioni.” E “a queste due ultime generazioni che si sono avvicendate a Sparauli – prosegue l’Autore – corrispondono le due voci narranti delle due sezioni in cui è divisa l’opera. La prima è quella dell’Autore che tratteggia l’ammaliante spettacolo del mondo /_…_/ La seconda è quella di una vecchia contadina che, cresciuta all’interno di Sparauli, ne rievoca alcuni momenti memorabili e fondativi.” Bene, fin qui la nota dell’Autore.
All’interno di questa “architettura del racconto”, in parte ricercata, ma “emersa naturalmente”, rintracciamo due più intime polarità entro le quali il libro si tiene, ossia u cuntu e u cantu, il racconto e il canto – come la stessa poesia “Na vuci surgiva” ci dice – dove “i sentori di terra bagnata /_…_/ si perdono dentro il racconto (u cuntu)” ma anche risuona “una voce sorgiva – un canto di vento -”. Da questa poesia ho tratto alcuni versi, sospesi tra contemplazione ammaliata nel silenzio assoluto e sentimento panico di sentirsi “lapa supra n’alastra (ape su una ginestra)”: “Mmenzu a silenzi assoluti mi fermu/ ammaliatu. Ma a mmia mi piaci puru iri,/ si na vuci surgiva – un cantu ri ventu –/ ri ssutta a timpa m’assàia e mi carrìa/ pi fratta ri spina bianca a tiggnitè,/ a sintìrimi lapa supra n’alastra/ o ragnu ca nnuccenti sempri trama (Tra silenzi assoluti mi fermo/ ammaliato. Ma a me piace anche andare,/ se una voce sorgiva – un canto di vento -/ da sotto la falesia mi assale e mi porta/ per frasche di cardo bianco senza fine, / a sentirmi ape su una ginestra/ o ragno innocente che sempre trama…)”.
Sensibile in questi versi la dimensione lirica che si sprigiona da una macchia aspra e selvatica cui fa da controcanto la memoria sempre viva del padre come nella poesia “Uomini e alberi”: ”Ah, padre mio, se potessi rivederti una volta…/ come antica luce che tremola/ tra il fitto fogliame/ di questi alberi ancora vivi…” In questa poesia la scelta fin dai primi versi di un lessico sacro – parole come santuario, destino, oracoli – non è casuale, a significare il bisogno di eternare padre e giardino, che “sei sempre stato qui, nel giardino/ a vivere e morire insieme a lui …”. In questa narrazione dell’opera dell’uomo nel giardino-santuario di aranci e mandarini, la ciclicità di un continuo morire e rinascere azzera tempo lineare e distinzione di specie, e ci vuole tutti qui compresenti “vivi e morti, uomini e alberi”. In questa visione solare mediterranea la poesia di Cinà è carica di energia vitale poiché la natura, che sia macchia spontanea o giardino coltivato, è ancora intrisa di sacralità, dove spiriti oziosi – quasi tangibili – “mi talìanu (mi osservano)”….”e tutto si accorda, come semplici versi/ di un cantico pastorale, al mare/ e al cielo che lontano si abbracciano/_…_/ e mi raccontano un mondo/ dove tutti siamo re” …come u zu Ninu, “Re e pastore/ che valoroso torna a casa.” In questa armonia cosmica affiora così quasi un’epica pastorale dove gli umili “avanza[no] a testa alta” e si sentono Re. Rientra in questo inno alla natura solare mediterranea la visione ammaliata di creature vivide e animate – “Svirgolando vanno/ una barcata d’acciughe/ per fondali, scogli e a pelo d’acqua/ lanciando bagliori.” …”e scialano la vita così,/ nell’acqua impastata di sale e di sole.” Spesso in queste poesie si condensa nei due versi finali quella semplice saggezza popolare che ci viene dalla natura, come nel caso dei colombacci “[ch]e dal loro paradiso/ ci dicono l’arte di vivere” e infine “tornano” – nel distico finale – “storditi di blu,/ messaggeri di un infinito nostrano”: racchiusa così in questo ossimoro una finitezza nostrana che si apre all’infinito.
In un mondo in cui l’uomo crede di soggiogare la natura, la voce dell’Autore non ha dubbi da che parte stare. In “Lecci in viaggio” gli alberi quasi si ergono antropomorfi a sbaragliare gli uomini: “Ma sono già in viaggio, armati/ d’uno stendardo di poche foglie smeraldo,/ per vincere l’uomo e i suoi mali fantasmi/ e tornare arbusti/ al comando della macchia.” Per questo Autore la natura è un mistero che ancora desta stupore: “E si resta ammaliati a osservare/ in questo perfetto ingranaggio/ il mistero svelato della Natura.” Fin qui la I sezione dove la voce ru cuntu e ru cantu è quella dell’Autore.
Za Rosa è la voce narrante della seconda sezione più incline a u cuntu, al racconto realistico, alla rievocazione di un mondo di usi e costumi destinati ormai all’estinzione, uno spaccato di antropologia che ricapitola il rapporto tra macchia e giardino come è raccontato nella poesia “Era un giardino”: “Quando mio padre comprò la terra di Sparauli/ comprò montagna./ Non c’era niente, pietra e macchia,/ ma quando poi fui grandicella/ c’era l’uno di tutto. Era un giardino.” Un’antropologia contadina in cui la fatica dell’anno agricolo era ripagato da grandi feste – “c’erano tante angustie, sì,/ ma c’era anche tanta festa” -, in cui ogni raccolto veniva festeggiato con gioia, fino a quello delle specie tardive come i fichi che maturavano a novembre ed erano una delizia per la festa dei morti! Esemplare la rievocazione della festa processionale della Madonna del 21 agosto e del coinvolgimento dionisiaco fino alla stanchezza di adulti e bambini: “Ma intanto tra giochi, dolci e tamburini,/ con le luminarie che facevano brillare gli occhi,/ io ero eccitata e esagitata.// Alla fine, a mezzanotte o giù di lì,/ stanchi come eravamo, mulo, giumenta/ [e] scappavamo a Sparauli./ Con la luce a mezza luna e il fresco di agosto/ io mi addormentavo subito, attaccata/ con una corda al petto di mio padre.” E quella bimba attaccata al padre con una corda ritrae un legame d’amore rude essenziale ma carico di poesia.
Anche in queste rievocazioni il sentimento di festa è esteso all’intero cosmo contadino che non fa distinzioni tra umani, animali e acque che insieme scorrono in armonia: “Vicino al pozzo grande costruì/ un lavatoio di cemento/ per lavare i panni/ proprio sotto un albero di gelso/ e a una pergola/ che facevano frutto e ombra.// E là sotto si radunava/ il festino degli uccelli/ ed era una delizia/ tutto questo cantare e volare/ e l’acqua a terra che mormorava/ in mezzo alla verdura.” Ai tanti momenti estasiati non mancano però gli squarci di un mondo feroce che coniuga con la stessa naturalezza amore e morte: “E a sera /_…_/ maschi e femmine che si cercano nella notte./ Ogni tanto urla strazianti di animali scannati.” Anche in questa seconda sezione gli animali sono protagonisti e portatori di sapienza. “Gli animali per me sono stati scuola e compagnia – dice za Rosa e, riferendosi al padre, – /_…_/ lui mi portava ad esempio gli animali.” E così conclude: “…se uno capiva/ che animali e cristiani siamo un poco parenti /_…_/ pure con gli alberi di olivo avrei preso a parlare.”
Così questi versi della seconda sezione richiamano i versi della prima di “Uomini e alberi”, dando ragione all’Autore quando nella sua nota afferma che in riferimento alla prima e alla seconda sezione si pongono a confronto “due racconti della stessa realtà, quello dell’abitante nativa (della seconda sezione) che ne descrive i tesori con forma e contenuto popolare, e quello (nella prima sezione) del nuovo abitante, siciliano ma forestiero, che gli stessi tesori descrive con differente cifra interpretativa. Le due voci narranti s’incontrano in un comune innamoramento.” (p. 103) Che tra le due sezioni ci siano evidenti richiami interni è stato ravvisato anche da Luigi Cannillo (in una precedente presentazione) quando ha indicato nella poesia “La trattativa” un racconto che stilisticamente anticipa la seconda sezione. E a mio avviso l’anticipa anche nella visione non esattamente ottimistica che informa il finale amaro, tanto del racconto “La trattativa”, con un finale a bruciapelo – “ci spararu (gli spararono)” -, quanto dell’intera seconda sezione, che si conclude con un devastante incendio doloso. Nel testo conclusivo “Gente selvaggia”, infatti, è narrata la vicenda paradigmatica del padre che invano “S’ammazzò la vita a spietrare la montagna” perché “Poi il mondo cambiò…” vanificando d’un tratto decenni o secoli di sapienza del coltivare che il padre aveva inutilmente trasmesso ai figli: “questi li pianto per voi perché il loro frutto/ io non me lo potrò godere”. Za Rosa è l’ultima testimone indignata di un mondo che sta sparendo: “penso alle cose brutte/ che succedono oggi…Ma io dico, santo Dio perché incendiano/ la montagna, perché?/
Sono gente selvaggia, vigliacchi!” Così il termine selvaggio che attraverso tutto il libro connota positivamente la macchia, viene qui rovesciato nel suo negativo, nel senso della barbarie, antagonista di quella selvatichezza primigenia della natura, che Cinà intende “come comunità di viventi, nel continuo confronto tra selvaggio e domestico che ha ispirato il titolo, ossia tra l’originaria Macchia mediterranea e il Giardino dell’uliveto e dei mille frutti.” Cinà, architetto e urbanista, è consapevole del paradosso che “quelle divenute ‘protette’ sono diventate le aree più esposte alla calamità degli incendi dolosi” e ai vuoti lasciati da una società c.d. civilizzata. Il libro è infatti testimonianza di quanto, venuta meno l’economia contadina di sussistenza, sia venuto meno anche il presidio e il nutrimento quotidiano del territorio. “Dietro la storia di Sparauli – dichiara nella prefazione Giuseppe Traina – c’è la risentita, indignata percezione di come in Sicilia si sia affermato un modello di sviluppo senza progresso che gli intellettuali, da Pasolini in poi, continuano a denunciare.
Ma questo libro ha voluto salvare, consegnandolo alla memoria, un mondo condannato alla sparizione. E veniamo al dialetto, limitandoci a qualche cenno. Nella summenzionata presentazione del libro, Sebastiano Aglieco ha ricordato che la Sicilia consta di almeno tre aree linguistiche dialettali, laddove la lingua di Cinà rientra nell’area settentrionale dell’isola. In questo libro va detto inoltre che il dialetto di Cinà si diversifica ulteriormente a seconda delle sezioni: nella prima prende voce la parlata palermitana, usata dall’Autore sin da piccolo, nella seconda ricorre la parlata castellammarese più fedele alla sensibilità nativa di Za Rosa che l’Autore ha voluto fare oggetto di recupero; tale scarto ha così “permesso di meglio connotare la diversa coscienza esperienziale delle due voci narranti”. Ma comune a entrambe è la tensione a raggiungere una koinè siciliana che va studiata anche in rapporto all’uso del dialetto nella poesia siciliana dei secoli XX e XXI così come in relazione alle problematiche della neodialettalità nella dimensione sincronica del linguaggio.
È dunque una lingua dialettale permeabile, aperta a contaminazioni espressive della lingua colta e di quella popolare, così come alle influenze delle molteplici lingue e culture dei tanti popoli che hanno abitato la Sicilia. Una lingua che l’Autore in sintesi definisce ‘siciliano di koiné’. Cinà, consapevole della situazione residuale del dialetto nel parlato quotidiano, si avvale della lingua dialettale per “parlare per frammenti forse”, che tuttavia siano “pezzi di vita ancora portatori di un discorso corale e capaci di illuminare il nostro cammino”.
Un’ultima notazione vorrei riservarla al dialetto in quanto lingua madre per eccellenza, evidenziando che in questi versi ho colto come un’eco materna per es. nel doppio degli avverbi “modda modda” …”ruci ruci”… “araciu araciu”…fino al modo di dire “catàmmari catàmmari e a taci maci” che quasi sconfina nella cadenza ipnotica della formula magica…il ricorrente “ammaliare”, del resto, non viene anch’esso da più antica malìa?

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Spazi di Poesia – Comune di Bonefro

Pubblicato il 18 luglio 2021 su Eventi Milanocosa da Adam Vaccaro

Comune di Bonefro
Assessorato alla Cultura
in collaborazione con
Associazione Culturale Milanocosa
Presenta alla
Sala Auditorium del Convento S. Maria delle Grazie
12 Agosto 2021 – h. 17,30

SPAZI DI POESIA
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A cura di
Adam Vaccaro
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Il Suono e l’Immagine – L’Ascolto e l’Identità – L’Ego, l’Eco e l’Altro
L’Occhio che conosce e riconosce
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Un percorso nel linguaggio totale della Poesia
con interventi di

Tiziana Antonilli, John Picchione, Adam Vaccaro
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Contributi sonori, testi e immagini di
Barbara Gabotto, Giacomo Guidetti, Gabriella Galzio
Carmen Lalli, Mirella Sotgiu

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Elisabetta Sancino – Collezione privata

Pubblicato il 17 luglio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Elisabetta Sancino, Collezione privata
Puntoacapo Editrice, 2021

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Adam Vaccaro

Il viaggio offerto da questo libro si svolge attraverso sale espositive in cui l’Autrice ha accumulato memorie culturali ed emotive (anche) con la sua attività di “promozione della cultura e dell’arte”, come cita la notizia biografica. Ne è derivata una collezione privata di opere, che costituiscono il pre-testo e una sequenza lungo secoli e temi, da cui è nato il testo.
Chi è il primo beneficiario/destinatario di questa operazione di scambi creativi tra verbale e visivo? Sono certo operazioni con lunga tradizione, come ricorda nella prefazione Cinzia Demi, che opportunamente rileva l’intento, altro dal “descrivere le opere”. È infatti evidente la sollecitazione primaria della propria interiorità – in primo luogo della parte inconscia, normalmente muta e come sappiamo, la più sedotta da colori e immagini.
Ne derivano forme di un tamburo visivo, teso a far dire all’Altro in sé “parole che vedo nella mente e non riesco a scrivere” (p.20). È l’approccio ri-creativo e il programma di ricerca espressiva, che opere informali (come quelle di Giulio Turcato o di Piero Dorazio), con flussi di colori al limite di carte da parati, sono ovviamente pungoli e spilli metamorfici di gambi e steli “lungo l’argine/…dentro me stessa…nella traversata per raggiungere casa”, “amori tornati in vita” (p.18) “lungo la curva odorosa della terra/ la sua pazzia” (p.19). Argini lungo “canali irrigui/ come Ofelia, ma senza l’argento delle sue vesti/ la sua dolce follia”, “con quello strappo necessario/ per trapiantarsi altrove” (p.21).
Parlare dunque con l’Altro è il fine primario, per andare oltre l’hortus conclusus della propria casa, se intesa come reggia dell’Io. Dov’è allora la casa cercata, quella con stanze inconcluse, dove si nasconde “la mia anima…la sua traboccante dolcezza”? Che, se rincorsa “con un ferro arrugginito”, della ragione supponente, nessuno potrà “mai raggiungerla” senza “La dilatazione del corpo/…una luce viva/ oltraggiosa quanto può esserlo una mano/ quando scava nell’intimo delle cose/ che non hanno parole” (p.45), Di qui il progetto di generarle da immagini e colori, facendo di questi un tam tam para-sciamanico scenografico, su cui attaccare come post-it, fiori e chiodi emersi dal sogno e dalla memoria.
Le sei sale del libro si snodano in tempi e forme, da aure mistiche riviste in echi laici, fino ad aloni di eros e d’amore, denudati e innervati in una visionarietà necessaria agli inesausti sensi complessi cercati. I quali rilucono, come in un taglio di Fontana, nella chiusura aperta dell’ultimo testo, “Il poeta che dorme (Marc Chagall, 1933)”, col suo invito a svegliare il poeta che “non scrive dorme/ non urla sogna”, mentre “la parola/ non scritta vola” (p.84), tra i cento piani e colori del suo universo. E nemmeno Ulisse-nessuno sa se troverà un punto, una punta, di esserci, di pace.

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Claudia Azzola – Tutte le forme di vita

Pubblicato il 14 luglio 2021 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Claudia Azzola

Tutte le forme di Vita, La Vita Felice, Milano, 2020

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Questo libro risponde, a partire dal titolo, alla visione – per me fondante – della Poesia. Che nomino con la maiuscola, a indicare la sua totalità, nello spazio e nel tempo. Totalità che è qui dichiarata e cercata “legge di verità”, che deve misurarsi sempre “tra lo stantio e il rinnovarsi” (p.9), senza mai poter sperare di chiudere il cerchio tra sogno e realtà, quale splendidamente sintetizzato dalle due mani di Michelangelo nella Cappella Sistina, che stanno per toccarsi, ma mai ci riusciranno.
Il tutto, promesso dal titolo e rincorso dal testo, non è qui dunque – conoscendo il percorso dell’Autrice – supponenza di una hybris espressiva, ma tensione formale che pur sapendo i suoi limiti, è lievito e linfa irrinunciabili di vita e ricerca incessante (termine costitutivo, in versi e in prosa, di Claudia). Tensione che si pone all’ascolto dei rintocchi “del metronomo” che “alle porte di verità e del bello/ attendono il bardo che canti.”, e con “il suo clamore”, annunci e solleciti, se “hai una forma, falla sbocciare,/ come la rosa mundi…speranza fior del verde” (p.9)
Sono i versi d’abbrivio del libro, tessi a spazzare via ombre notturne che la casa e chi la abita hanno dovuto sopportare fin troppo. Ombre che a caccia di congiunzione adiacente tra gioco verbale e senso critico della “neolingua, ipertrofia globale” (p. 44) diventa “Oombra mercuriale Oombra di ferro” (p.46), onomatopeia dell’avviso, “si prepara un buio mai visto”, cui il testo contrappone, “Ricorda la forza dei padri che hanno/ seme del centauro”, benché “parte del/ disordine del cosmo” (p. 36), E allora occorre scollarsi di dosso questo assurdo peso pagato a dazieri che pretendono di essere tutto, e aprire porte e finestre a un altro senso del tutto, che scende come pioggia sotto un nuovo sole, lungo versi che sanno di rugiada, di mattinata che si apre alla luce: “’apri le ali’/ disse parlando dell’anima/ Socrate a Fedro” (Ibid.).
“Il gallo ha beccato nella rosa/ il miele giallo, ha disgiunto il cosmo”, e in tanto “L’ape congiunge all’universo il fiore” (p.10), suoni e immagini di vita che si ricrea, all’unisono con la gioia e il moto immessi e trasmessi da questi versi. Una gioia che scorre su sensi e suoni quali ad esempio una divertita serie di bombi (insetti), bombarde, strumenti musicali e di guerra, fino a bombicino (tessuto serico), che non sono gratuiti joeux de mot ma ricerca di musica e lingua che attraversino e abbraccino storia e natura. Continuando a domandarsi, “dove/ si deve andare?”, “dove si nasce?”. E mentre “Il raggiare degli insetti dotati/ di un organo una punta di cervello/ scuote il fondale del silenzio” (p.11), “possa il dio del campo insegnare/…/ pensanti insetti velari bruciati”, fin dove “C,est tout. C’est fini”, fin dove “colà nessun senso vi scorre.” (p.12).
Mi interessa qui dunque sollecitare la lettura di un libro che sin dalle sue prime pagine trasmette una carica di amore per la vita, che si traduce da subito in pensiero critico della visione imperiale globalizzata degli attuali responsabili della governance umana. Senso del sacro e biologia sono congiunti in “Un discorso che stiamo facendo”, “un profondo respiro nella vita/ (è ancora così?)…coperti di fango…resettati nelle abitudini…spettri di un mondo, ombre” (p. 18), di “Una genia di fast food e slow-food” (p.19). “Spuntano neologismi già putridi…insozzano la parola di spot” (p. 44), su cui la luce di chi non rinuncia punta l’indice: “che sarà della bellezza?/ Della vita civile? Dell’inconscio?”, mentre conta “la voce del mercato” (p. 45). Una pretesa di essere tutto, cui il libro oppone un’altra voce, gioiosa e impietosa, intrecciata nei versi e in una postfazione, necessaria quanto imposta dal pensiero furente, fonte di queste forme.

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Gabriella Galzio – Voglia di partire

Pubblicato il 9 luglio 2021 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Gabriella Galzio, Voglia di partire
Moretti & Vitali, Milano, 2021

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Adam Vaccaro

Questo libro di Gabriella Galzio è raro e prezioso, per il suo risalire alle fonti del proprio dire. Un ritorno sotto il segno del nostos, per me radice originaria del poièin, che non è liquore nostalgico o viaggio a testa indietro, ma necessaria ripresa del proprio nucleo costitutivo, al fine di rinnovare il bisogno di partire per ridare slancio all’incessante autopoiesi e capacità di rinascita, lungo il percorso vitale nell’ignoto, interiore ed esteriore.

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Alberto Bertoni – L’isola dei topi

Pubblicato il 5 luglio 2021 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Alberto Bertoni

L’isola dei topi, Einaudi 2021

Quello che ho scritto di recente – http://www.milanocosa.it/anticipazioni/anticipazioni-alberto-bertoni – su alcuni inediti di Alberto Bertoni, lo ritrovo confermato nella più ampia macchina emozionale di questo libro, dal percorso che diventa nel lettore eco fraterna del proprio. È il risultato di una scrittura che sa donarci con ormai matura cifra stilistica, stazioni di un viaggio – attraverso memorie collettive e personali, territori familiari e orizzonti altri, splendori vitali e orrori, abissi di piccole-grandi menzogne dell’io-tu – della ansimante ma inarresa ricerca di Senso nel caos incessante di “questa sarabanda di teatro”. Che scova, “a giocare col fango”, non si sa come e da dove, il lampo che illumina: “E in principio fu il Verbo” (p.104), Improvviso e (quasi) inatteso brillio di quell’attimo che placa un po’ la sete di virtude e conoscenza delle formiche nere sulla carta, la loro fame di energia per proseguire.
È una cifra che apre ed entra in noi, in un intreccio di ironia, sapienza e umiltà, oggi quanto mai necessarie perdute stelle nella nebbia storica della crisi socio-economica e culturale in cui ci dibattiamo. È l’atteggiamento generale che genera uno stile riconoscibile, col quale Bertoni ricorda e rielabora insegnamenti antichi e recenti (Montale, Sereni, Giudici, Sanguineti, Antonio Porta, e americani come Simic e Wright) in moti auspicabili tra stanza e strada – qui immessi in una coniugazione adiacente di basso e alto, di un ossimorico sguardo che incarna transitività terragna, fortemente innervata nelle radici emiliano-romagnole.
Pongo perciò l’accento, prima che sul respiro ritmico, su questo taglio di occhi sul crinale tra il Sé, l’Altro e l’Oltre. Su cui l’Autore riesce a far fiorire ironia e attimi capaci di appiattire le montagne russe dei patemi del quotidiano: “Tieni conto che nel giro di un secolo/ avremo il mare a Modena” (p.6). Una sorta di saggezza che aiuta ad acquisire distanza, intesa come messa a fuoco e misura delle cose. È questo sguardo che riduce l’io: ”quali e quanti stabilimenti balneari/ sorgeranno nei quartieri eleganti/ di Sant’Agnese e Buon Pastore/…/ che vivrò solo da morto/ non importa se nel Duemilacento/ o poco dopo…(ibid.), cui seguono parole rivolte a un tu “fra le piegoline bianche/ dell’Adriatico che ami// Io molto meno, lo confesso/ in balia delle onde del Tirreno/…/Stavo immobile al sole/…/ nell’ultima moribonda luce” (p.7).
Tutte le ansie dell’Io sembrano (sembrano!) placate, ma intanto lo sguardo apre spazi agli altri sensi (e relative lingue) e regala se fragili attimi di respiro di vita. Ed è qui che agisce il ritmo dei versi, moltiplicando alimenti per chi scrive e per i lettori: “le sistoli e le diastole del mare/ che si tende o si apre/ di sei ore in sei ore/ …/ avanza e si ritira/…/Io e te con le facce come/ cortecce di rughe/ …/ E così, rimanendo tali e quali,/ fruste di salici, ali/ potremo all’infinito ricordarci” (p.5).
Crinali di versi che sanno coniugare condivisioni e distanze, transitività e complessità dell’infinito processo fenomenologico della nostra vita. Che chiede, quanto più ci è cara, di “esserci” (Seamus Heaney), con un verbo-verità coagulato qui nell’immagine dei topi, metafora multipla di inconscio, repulsione etica e poteri nascosti/visibili, che ribollono sotto i nostri piedi e sotto un cielo chiuso a sogni di umano, topos centrale di senso del libro: “Viene da lì il pericolo/…il mostro…con passo furtivo/ nel sottosuolo” (p.108), con-fuso ora a “rischio di un contagio…a tutt’oggi misterioso e ancora privo di orizzonte e di utopia.” (p128).
Milano, 28/05/2021

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