Laura di Corcia – Epica dello spreco

Pubblicato il 7 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Laura Di Corcia
EPICA DELLO SPRECO
Dot.Com Press, Milano 2016
pp.55, 10,00 euro

“Frontale”, ne definisce l’esordio Viola Amarelli, che evidenzia altresì la sua “capacità di utilizzare quasi magrittianamente” figurazioni e metafore; Laura Garavaglia, nella prefazione, non si limita a rilevare soltanto che la sua è un’opera già matura a dispetto della giovane età (essendo nata a Mendrisio nel 1982) ma aggiunge anche che possiede qualità e potenza “visionarie” e Anna Lamberti-Bocconi le riconosce una “voce” ben forte e autorevole nel proclamare, “a colpi di pensiero e di immagini”, una voglia di capire non comune, la decisione di esserci, a dispetto del “tempo” e del suo “enigma” indecifrabile.
Sto parlando della giovane Laura Di Corcia, che si propone all’attenzione (e all’ammirazione) dei lettori italiani e ticinesi con la sua raccolta Epica dello spreco meritandosi pienamente gli elogi che le stanno elargendo critici ed estimatori. Tra questi, oltre i già citati, vanno annoverati, innanzi tutto, il suo mentore, Giuseppe Langella, accademico ma anche poeta e critico, promotore assieme a Guido Oldani del Movimento del Realismo terminale, tenuto a battesimo nell’antologia Luci di posizione, poesie per il nuovo millennio (2017), poi il poeta Giancarlo Majorino, Maestro e già fatto oggetto di un suo pregevole profilo biografico-critico (Vita quasi vera di Giancarlo Majorino, 2014), e infine l’auctor per antonomasia, il ticinese Gilberto Isella, poeta verso la cui raccolta più recente, L’occhio piegato (2015), la giovane autrice ha sicuramente qualche debito, se non altro per certe tangenze tematiche e stilistiche.
Cosa c’è di notevole in questo suo libro? Due cose principalmente: il suo linguaggio poetico, innanzi tutto, e poi la capacità di orchestrazione delle sue tematiche intorno a un fulcro già ben evidente nel titolo.
Partiamo dal primo, dal suo disporsi e distendersi in maniera direi poematica, attraverso 25 lasse di diversa estensione, in una scrittura che si protende, molto sperimentalisticamente, in un flusso discorsivo dai molteplici livelli semantici per ritmi e toni, in un ductus espressivo molto marezzato e cangiante che, tra strutture ora brevi ora stroficamente più ampie e distese, si modella sull’andamento del pensiero e della riflessione (nel senso più letterale del termine di un soggetto che si ripiega e rispecchia su se stesso, sul paesaggio che lo circonda, e con esso si identifica, penso al testo 4), sul ritmo si direbbe del pensiero (diastole-sistole), per approdare progressivamente a un prosciugamento quale è quello che si constata negli ultimi testi.
Per quanto riguarda il secondo, la trama cioè dei contenuti, colpisce che tutto parta da una constatazione, che leggiamo nel primo testo, “Viviamo appesi a un dramma, / un’idea fissa ci perseguita” e che questo “dramma” angosciosamente consista, stando all’autrice, nel vivere tra la palude (nel testo 2) e il lago (nel testo 4), tra stagnazione e impotenza (ma anche pacificazione e rasserenamento), non senza però una forte tensione verso un “sogno” di cieli finalmente sgombri, verso un brillio di “stelle” da lasciare “a bocca aperta”, dopo essere scampati a una palude che, più che sanguinetiana (la “palus putredinis” di Laborintus) e manganelliana (penso alla Palude definitiva del ’92), somiglia a quella del poemetto Mundus Niger di Emilio Villa dallo spessore molto metafisico: come dire nell’attesa di un’essenziale “salvezza” di là da venire, che nel testo 35, il definitivo, è paradossalmente identificata nello “spreco” (“È nel più piccolo dei microcosmi / che puoi trovare la salvezza. / Non sai vivere se non sai sprecare”).
È un termine ambiguo, “spreco”: significa insieme dissipazione e inutilità ma anche investimento di energie, tanto più se coniugato al termine “epica”, che mette in scena un gioco di rapporti, generoso e fertile ma al tempo stesso fallimentare, una sorta di “hypnerotomachia”, di teatro ideologico e visionario nutrito di fantasmi e memorie, di speranze e illusioni, e che rapportato all’ambito della scrittura chiama in causa un’idea di espropriazioni e assimilazioni di modelli e stili diversi ben centrifugati (come non sentirci esplicitamente in questi testi Milo De Angelis, coniugato a certe soluzioni anche espressive dell’ultimo Majorino?).
Un’”epica” che è poi un’etica, un modo di essere, a considerare quel che si dice in un testo molto interessante, il 30, dove vengono evocate due figure letterarie e umane di particolare spessore, ossia Tasso e Ariosto. “Di unicità abbiamo bisogno, di Tasso e non di Ariosto”, dice, dopo aver precisato con enfasi ottativa “oh come gli atomi già formano una specie di strada / che sbrana i molti sentieri, accorpa le inutilità”: questo per dire che, nella coscienza dei limiti (“il confine fra chi sono e chi non sono”, testo 2), si privilegia un’attitudine seria e compresa della drammaticità delle cose, piuttosto che la leggerezza della fiaba.

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Per Francesco Belluomini

Pubblicato il 6 febbraio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

PER FRANCESCO BELLUOMINI

“Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri”, descrive così la sua “avventura” umana e intellettuale, Francesco Belluomini, giusto all’inizio del libro, Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”, che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia, i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare, ricca di emozioni e “invenzioni”.
“Un percorso da stato d’emergenza”, attraverso “differenti mondi”, ma con una stella polare, un punto di riferimento inderogabile dal principio fino alla fine, che è la poesia: coltivata e praticata direttamente o stimolata e promossa, con indefessa pazienza e fedeltà, a costo di fatiche e innumerevoli battaglie, nell’infido mare dell’esistenza, la poesia, intesa non solo nel senso più proprio di scrittura ma anche come continua messa in gioco e “invenzione” di sé sulla scena della vita, ha costituito per l’autore il fecondo lievito di progetti, propositi e realizzazioni nell’arco di almeno mezzo secolo, attraverso stagioni e libri e soprattutto attraverso la sua “creatura” più significativa e duratura, quel Premio di Poesia, autentico “monumento”, per sua stessa definizione, che, intitolato alla sua città, ossia Camaiore, continua a costituire, a partire dagli inizi degli anni Ottanta e a tutt’oggi, la testimonianza più viva e concreta di un amore sconfinato, capace di esporlo alle “raffiche di poppa” e ai “perigliosi fortunali” di malevoli e invidiosi inchiodandolo, “disarmato” ma tetragono, come un novello Ulisse, all’”albero del velame” della sua passione.
“Giramondo dei mestieri”, come dire uno che ha fatto sempre molte cose insieme, versutum, insomma, per dirla con l’antico poeta latino: è una bella e appropriata definizione di sé, non c’è che dire, che fa pensare a quella, celebre, di Salvatore Quasimodo che si fissava icasticamente nell’etichetta di “operaio di sogni”, e da cui bisogna partire per comprendere il senso di una ricerca inesausta e inesauribile, fatta di “mestiere” costruito con certosina applicazione fino a dar corpo a un’originale e complessa struttura strofica e metrica, a una historia sui, in “forma prigionata” di stanze prevalentemente endecasillabiche, fortemente scandite e scalpellate in una lingua dal forte sapore idiomatico, che, a dispetto di ogni assunto “discorsivo”, s’inseguono e incalzano, in uno “scrivere con foga compulsiva”, per quasi 2500 versi con irruenza tempestosa e a tratti perfino visionaria, obbedendo alla “voce” profonda e irrefrenabile dell’”inconscio” memoriale dell’autore, coerentemente col suo carattere ben noto e riconoscibile.
“Operaio di sogni”, non meno di Quasimodo, e “versatile” non meno dell’eroe di omerica memoria, Francesco Belluomini, “battitore libero” in politica così come in letteratura, si è interamente investito nell’impresa davvero titanica di dar voce, da “veloce tessitore di versi”, esclusivamente alle vicissitudini della sua vita, ma senza concessioni al patetico e senza indulgenza per un elegiaco lirismo da “carta straccia” (oltre che verso certa correttezza lessicale e sintattica troppo letteraria), al punto da preferire (per farsi un’idea della sua formazione) uno “scurrile” Domenico Tempio a Dante, con l’unica intenzione esplicitamente perseguita di ricostruire scenari, situazioni e figure (tra tutte, fondamentali e memorabili, quella del padre, di Rosanna e di Raffaella), che hanno contrappuntato il suo itinerario verso una “linea del traguardo” da sempre intravista e prefissata, grazie anche a una formidabile memoria che gli ha consentito ad ogni passo di non lasciar “nulla del raccolto”.
Il risultato è il poema di una vita, di continui andirivieni tra porti e mestieri i più diversi, una vita costellata da viaggi, avventure, disavventure, amori e perfino da naufragi, oltre che da libri: quelli suoi, in versi e in prosa, usciti presso Editori differenti, grandi o piccoli che siano, e gratificati anche da riconoscimenti sempre più prestigiosi in Italia e all’estero; e quelli altrui, letti insaziabilmente dapprima solo nelle pause di un lavoro faticoso da mozzo sulle navi, poi “nottetempo” e nei silenzi, da inventore e Presidente di un Premio Letterario, che è diventato nel tempo uno specchio della società non soltanto letteraria italiana.

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Anticipazioni – Ivano Mugnaini

Pubblicato il 1 febbraio 2019 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Ivano Mugnaini
Sette Inediti da
Ninfe e soli feroci

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Con un commento di Laura Cantelmo

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UNO SGUARDO ALTRO: salvifiche, umanissime follie
Il titolo, “Ninfe e soli feroci”, è provvisorio. Tuttavia già contiene alcuni dei punti cardine di questa raccolta, in particolare la riflessione, o meglio la descrizione delle sensazioni che derivano dall’accogliere, dentro, il pensiero della grandezza opposto alla miseria del tempo, il mito e la realtà, l’osservazione delle potenzialità del sogno messe a confronto con la ferocia del vero. E, a questo punto, subentra quello che avrebbe potuto essere un altro titolo provvisorio alternativo, “Umanissime follie”. La follia è intesa non come eversione fine a se stessa ma come sguardo e gesto che volutamente e potremmo dire lucidamente si distacca dalla pratica corrente e vincente, allontanandosi dalla sopraffazione comoda, dalle scorciatoie, dalla ragione che si schiera dalla parte della marea trionfante. La follia è uno sguardo altro, avulso, sghembo, coglie traiettorie non ortodosse e non ortogonali, lo spazio in cui, negli ambiti che davvero contano, ciò che è umano si conserva, cerca di salvare e di salvarsi, in attesa di tempi altri, o comunque di luoghi del mondo e della mente non omologati in cui ci si possa ancora sentire parte di qualcosa che va oltre i grafici e le statistiche. Uno spazio differente, da cercare nei gesti e nelle parole, nel fare e nel pensare, costi quel che costi.

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Lucetta Frisa – Nell’intimo del mondo

Pubblicato il 22 gennaio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

Lucetta Frisa
Nell’intimo del mondo
Pasturana, Puntoacapo 2016

Viene da lontano, Lucetta Frisa: da un lungo percorso di scrittura che da sempre interroga la vita, a partire da un punto essenziale che è la consapevolezza di un ancoraggio alla parola come chiave di lettura del mondo, all’idea, già enunciata ne I miti, le leggende (1970) e ribadita ne La costruzione del freddo (1990), di un “punto solare”, di un “cuore”, da cui si irraggiano infinite possibilità verso la conquista dell’io, oltre La notte alta del senso (un titolo mirabile del ’97), oltre l’”arida neve che nasconde il cuore”, verso la ricomposizione cioè di quello che in Modellandosi voce (1991) è definito “l’irrimediabile squarcio” della vita, la ferita originaria dell’esistere.
È a partire da ciò, da questo omphalos, luminoso e insieme oscuro, esaltante ma anche doloroso, che prende il via un’avventura esperita col viatico consolatorio della scrittura (si scrive “respirando”), costruendo ogni volta vere e proprie partiture liriche e drammatiche, storie di un’inquieta ricerca di luce, in cui si coniugano e trovano corpo pensiero e memoria in strutture di controllata densità, in una lingua mutevole e lunare, a tratti drammaticamente franta, cavalcantiana (“una scrittura / di nervi e sinapsi”, come è definita nella raccolta L’altra, 2001), la cui esplicita ambizione è quella di far lievitare e sopravvivere “in punta di penna” quell’idea di sé enigmatica e femminile, cangiante, che ognuno si porta dentro, nei propri intimi “inferni”, come una risorsa o una condanna.
Tra i tanti, c’è un testo in particolare che più di tutti colpisce e intriga. Un testo che assume per me un valore paradigmatico e mi fa dire, e non per ragioni esterne ad esso, che, sì, davvero con Lucetta l’incontro è con un’anima gemella: con una che a rileggerla continuamente la si scopre nuova e diversa, “altra”, giusto il titolo in copertina del libro del 2001. Si intitola, il poemetto, Porta Rosa ed è contenuto nella sezione Ritorno alla spiaggia (2009).
A parlare è in esso una donna: un’ombra che riemerge dall’”oltre” delle tenebre e della notte, nell’atto di “riprendersi la luce”, col solo ausilio di un canto che la richiama e riscatta dal suo Erebo, prestandole voce e consistenza, Euridice di un impossibile Orfeo. Non diversamente da quanto già avveniva anche in altre raccolte, nella raccolta La follia dei morti (1993) o in Siamo appena figure (2003), attraversate da simulacra luce carentum, notturne, virgiliane umbrae (Emily, sopra tutte, nella prima), protese all’apparire e perciò già vive, che diventano lingua, fissandosi nella luce del canto, componendo così un disegno in cui esistono come attesa e vigilia, in un alone fosforico di luce, in bilico tra inquietudine e consolazione, tra grigiore e luminosità, grate del loro dono e del loro attimo eterno di vissuto. Specchiandosi in un caleidoscopio di proiezioni, in “autoritratti”, disegnati nei versi per “non morire mai”, come si dice nel Secondo autoritratto notturno di Se fossimo immortali (2006)
“Cerco la mia casa”, spiega ansiosamente, quasi a volersi giustificare per il suo ardimento. “La mia casa era ai piedi di una strada in salita / e in cima una porta grande di pietra”. Sa dov’era e quanto arduo fosse abitarvi: al cospetto di un emblema di luce e di armonia, la Porta (quella che ad Elea “divide giorno e notte”, secondo il “venerando e terribile” Parmenide), la stessa, forse, ora serrata (cfr. ”Meditare davanti a oggetti chiusi / l’apertura del mondo”, in Maddalena, nell’incipit di Siamo appena figure), ora spalancata, alla cui guardia stazionavano “parole / che l’attendevano scalpitando” sempre in attesa di guidarla “verso un’altra lingua” (in L’altra, un libro attraversato tutto da lame di luce atterrita come “in una specie di fitto delirio eliotiano”, come in prefazione sottolineava Attilio Lolini).
Ma troppo tempo è passato, troppe stagioni umane hanno deluso e per sempre ridotto tutto a un infimo, “infinito inferno” di “cose distrutte” e impossibile le è ritrovarla e riconoscerla.
Per questo, in un siffatto paesaggio di rovine, ci si chiede che senso abbia la sua ricerca. E quale bisogno la spinga, lei che è una “morta”, a cercare ancora una dimora, diventata “fango / tra il fango”.
“Cerco la mia casa”, nel segno di un riacquisto di “luce”, lei insiste: quasi che casa e luce siano, come sono, la stessa cosa, nell’ordine snervante del tempo (“Ad ogni tremito passano i secoli”, Siamo appena figure, in Teatro della luce), schiacciato sotto “il peso doloroso del paesaggio”.
Forse lei che “non attende / segni dall’alto e dal basso”, cerca affetti, cerca tracce del suo passato e le scova dall’”intimo del mondo”, per appropriarci del titolo dell’intera silloge: dal mistero di una solitudine essenziale in cui fioriscono parole necessarie.
O forse è di essere riconosciuta o di riconoscere, sentire un luogo, quel luogo, come il suo proprio, che lei ha bisogno: di riconoscersi in esso e di mirarlo come lo spazio familiare della sua esperienza, al di là del tempo. Una cosa impossibile. Agli umani non è dato guardare il cielo se non soltanto per illudersi, per “indovinare / figure nelle nuvole alte”, senza aspirare ad altro, non concependo altra prospettiva se non quella di riconsegnarsi alla “polvere”, a quel simbolo cioè di morte da esorcizzare vanamente nel canto, come si diceva in un testo di Gioia piccola (1999).
È in questo silenzio, dinanzi a questa “polvere” e dinanzi a una “porta” che separa e unisce, si spalanca una prospettiva astrale, infinita: “parlerò solo alle stelle”, proclama all’inizio dell’ultimo poemetto, Perseidi, ed è la promessa di un canto che non chiede ascolto umano, di un canto che ambisce a ricostituire la scena primaria dell’invenzione stessa della vita, della propria vita (“Io ipnotizzo le stelle / loro ipnotizzano me / allargando allo spasimo / le mie pupille umane”), come in un idillio del siracusano Teocrito o in un’ecloga virgiliana, con la coscienza che carmina vel caelo possunt deducere lunam, che cioè il canto può operare l’impossibile, perfino tirar giù dal cielo la luna.

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SOGNI E ALTIFORNI

Pubblicato il 21 gennaio 2019 su Recensioni e Segnalazioni da Adam Vaccaro

SOGNI E ALTIFORNI
di Gordiano Lupi e Cristina de Vita

Come un moto circolare in cui la fine si colloca con l’inizio e viceversa e di un percorso circadiano di un tempo chiamato vita, si ha una visione del vissuto e dei cambiamenti che, talmente distanti da se stessi, ci fanno rimpiangere ogni cosa, persino un vino forse pessimo fatto probabilmente ancora con il vecchio sistema della pigiatura con i piedi, all’odore di un’osteria ormai perduto nel tempo, dalle sedie impagliate, il tutto sovrastato dall’odore dal fumo bianco dell’acciaieria vanto e gloria economica di Piombino e della plausibile risorsa di sogni da realizzare e realizzati, pur con un lavoro molto pesante e quotidiano
Adesso il fumo della Acciaieria è spento per sempre, come un corpo in decomposizione che mantiene ancora una struttura esteriore, un sogno finito, ed è la fine della speranza di un futuro per molti. Anche certi vicoli si sgretolano come inanimati come quelli che conducono allo stadio Magona, anch’esso vanto di un tempo glorioso neppure tanto remoto.
Il protagonista chiave del romanzo è Giovanni, di ritorno da un’ubriacatura di successo calcistico in serie A nella sua amata Inter a S.Siro, torna alle origini di ogni cosa e trova tutto cambiato, è costretto a fare dei parallelismi sui ogni cosa, di un vissuto e di un modo di vivere il momento tra “ un attimino “che ha sostituito un “cioè, nella misura in cui…”
Piombino e le memorie con suo padre o le storie inventate dal nonno, che sapevano tanto di fantasia, ma che era il collante tra loro.
Piombino del campo di Magona dove un tempo con un calcio al pallone si mandavano in porta anche dei sogni che di realizzavano, come per Tarik, marocchino di Piombino dal piè veloce, partito per Torino dove di sogni ne realizza due: come attaccante nella serie A della Juventus ma soprattutto la ricomposizione della sua famiglia moglie e figlio in una situazione economica di benessere.
Era, allora, il tempo dei radiocronisti. “Tutto il calcio minuto per minuto” veri scopritori di talenti. Il tempo delle indelebili amicizie che si cementeranno oltre i sogni che si realizzano e che porteranno per un certo periodo lontano con un sicuro ritorno, poiché anche i sogni realizzati rinserrano la memoria del passato e quell’amicizia vera che non si ossida.
Neppure la villa di Salivoli dove vive con la madre, è un sollievo Per Giovanni al rimpianto di un amore lasciato sul lungomare di Trani quando giocava in serie C col Molfetta: Debora, mano nella mano, qualche bacio, la luce nei loro occhi, giuramento di amore eterno. Quando i sogni rimangono tali e tutto il resto sfuma nella nebbia si vive in un rimpianto sospeso tra quanto si è perduto e quanto avrebbe potuto essere.
Unica nota a Piombino rimasta intatta è l’amicizia, soprattutto con Paolo persona che non ha vissuto con le testa nei sogni ma li ha realizzati, innamorato di Celia una bella ragazza cubana, se l’andrà a prendere per farla sua moglie, e Celia sarà il collante alle serate con le sue cene dove i ricordi tornano vividi e dove Giovanni può sentirsi ancora a casa in una città dalle case affumicate da ripulire, delle parti storiche da restaurare e di librerie letterarie che aggregavano. Non c’è altro modo che buttarsi in politica spiega Paolo a Giovanni, in una Lista Civica dove ci si potrà battere su argomenti ben definiti, chiede a Giovanni di farne parte, lui lo farà solo come auditore.
Sarà Leonardi l’allenatore del Venturina a risollevare la tristezza di Giovanni, malato di rimpianto, offrendogli la possibilità di allenare come responsabile il settore giovanile. Alla fine del campionato, un viaggio a Creta e quarant’anni dopo un’amichevole con la squadra giovanile di Trani ripercorrerà mentalmente la sua storia con Debora: dolce, bella, innamorata: Non hanno sognato insieme. Lui ha seguito il suo sogno e lei la sua delusione. La rivedrà? Ne ha timore, dopo quarant’anni..
Tutto l’epilogo di questo romanzo si svolte nella seconda parte dal titolo” Sinfonia d’autunno – La voce di Debora di Cristina de Vita. Tutto da scoprire in questo romanzo così commovente e coinvolgente che, per quanto mi riguarda, considero un vero capolavoro

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Identità Negate 2019-Replica

Pubblicato il 16 gennaio 2019 su Eventi Milanocosa da Maurizio Baldini

A cura delle Associazioni Culturali Diesis e Milanocosa

Venerdì 25 gennaio 2019 ore 17.30

Identità Negate 2019

Nuova Edizione

dal progetto originario 2016 di Giuliano Zosi

A cura di Adam Vaccaro

con testi dei poeti:

Fausta Squatriti, Claudia Azzola, Aky Vetere, Maria Carla Baroni,

Rinaldo Caddeo, Giancarlo Fascendini, Annamaria De Pietro, Filippo Ravizza,

Adam Vaccaro, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo

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Elaborazioni musicali: Giacomo Guidetti

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Elaborazione video: Barbara Gabotto e Francesco Orlando

Spazio Scopricoop

via Arona 15/A – primo piano  Ingresso libero fino ad esaurimento posti

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Anticipazioni – Giacomo Graziani

Pubblicato il 15 gennaio 2019 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Giacomo Graziani

Inediti da
Case di carta

con una nota di Luigi Cannillo

Nota dell’autore

L’età mi consente ricordi infantili che risalgono agli anni della guerra e del primo dopoguerra, vissuti come sfollato in luoghi diversi dalla città dove sono nato e che appaiono in alcune poesie: le Prealpi lombarde e poi soprattutto la Romagna delle mie origini familiari, dove ho trascorso molte estati fino agli anni della giovinezza. Lo scrivere ha sempre costituito per me una forte attrazione, come sintesi di concisa verità, musicalità e perfezione formale non fine a sé stessa ma come presa di distanza e dominio dell’immagine e dei sentimenti.
Negli anni ’90 mi sono trasferito a Crotta d’Adda con l’incarico di Dirigente dell’Ufficio di Piano Regolatore nel Comune di Cremona. Qui i ritmi di vita e il paesaggio di larghi orizzonti in un territorio ancora in gran parte agricolo mi hanno offerto momenti di contemplazione e di solitudine nei quali la mia consuetudine alla scrittura si è rafforzata e ha trovato nuovi esiti formali.

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Incontro con Adam Vaccaro-Parma

Pubblicato il 12 gennaio 2019 su Eventi Suggeriti da Maurizio Baldini

Martedi 29 Gennaio 2019

ore 18:00

presso la
LIBRERIA FIACCADORI

Incontro con il Poeta e Critico

Adam Vaccaro

conduce e modera
Luca Arian

LIBRERIA FIACCADORI – Via al Duomo, 8/A – 41121 PARMA – tel. 0521.28.24.45 lsp.fiaccadori@stpauls.it

scarica la locandina

Anticipazioni – Bruno Di Pietro

Pubblicato il 15 dicembre 2018 su Anticipazioni da Maurizio Baldini

Anticipazioni

Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni

Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Bruno Di Pietro

 

SEI INEDITI DA

“Come se il sole calasse ad Oriente”

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Con un commento di Adam Vaccaro

 

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IL DOVE DELL’ALTRO: Lo sguardo, l’ascolto, il gesto

L’era del digitale è l’inferno dell’Uguale. Una comunicazione che non raggiunge alcuna profondità, ripetitiva e conformista. La “normalizzazione” del linguaggio è la cifra dell’era attuale. L’abolizione della distanza in ragione del medium non genera maggiore vicinanza bensì la distrugge. Per poter immaginare una “nostalgia dell’Altro” occorre un nuovo elogio dell’amore.  L’amore ha la potenza di strappare l’Uguale all’Uguale, di produrre una fuoriuscita dalla individualità. Come e dove trovare il totalmente-Altro? Il “dove dell’altro” è nell’ “altrove”. Ma non nel senso spaziale: l’altrove è nella parola.

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AUGURI 2019

Pubblicato il 12 dicembre 2018 su Senza categoria da Maurizio Baldini

Auguri 2019

Milanocosa

Si spinse in alto

dal fondo più buio

fino a ritrovate stelle

e impensabili scintille

Adam Vaccaro


Benvenuto

Sei sul sito di Milanocosa, l'associazione culturale che svolge attività di promozione culturale secondo criteri di ricerca interdisciplinare con l'obiettivo di favorire la circolazione e il confronto fra linguaggi, ambiti e saperi diversi, spesso non comunicanti tra loro. - Libri