Massimiliano Carocci

Massimiliano Carocci. Nato a Milano il 27 giugno 1980. Maturità classica presso il Liceo Beccaria di Milano. Laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano nel 2005. Prima raccolta di poesie esaminata dalla libreria “City Lights” di San Francisco di Lawrence Ferlinghetti nel 2003. Pubblicazione di un testo poetico di accompagnamento per la mostra della pittrice Alessandra Bisi presso la “Groff&C. Compagnia di arti e mestieri” di Milano nel 2005. Finalista al Premio Calvino 2007 con Vento Rosso, il suo primo romanzo. è seguito Sangue Amaro, ultimato quest’anno.

GITAGOVINDA

Il bosco è magnifico e profondo all’imbrunire

Ed io ho promesse da mantenere

E lune da percorrere

Prima di dormire

Lune da percorrere

Ora che ho smesso di fuggire le ombre

Tu lo sai

Nessuno mi può più ferire

Con ghirlande

D’abbandonare tra le foglie

E vento

Da portar nei capelli

Sono giunto fin qui

Per spegner la sete

Col vino rosso del loto

Delle tue labbra calde

Senza cercare né temere

Ti trovo distesa nell’erba

Già in attesa del piacere

Dentro di me hai appena guardato

In silenzio, il tempo allontanato

Invulnerabile ed abbandonata

Fragile e bagnata

Pochi sogni

Sono affascinanti al mio cuore dolce

Come l’animo ferito

Di questo piccolo angelo

Una tua lunga goccia mi salva

Ha sempre predetto il destino

Tre mi uccidono

Prestigio del terrore

Seduzione della salvezza

Sospeso nella scia

Della tua seconda lacrima

Sento avanzare

L’innocente crudeltà

Della vita e del nuovo

Lontano giorno

Poi caduto l’arco

Ed acquietata l’onda

Dentro un corpo di scaglie argentee

Come sopra un mare stanco

L’ultima luna

Risale incombente

Ma non piangere per me

Devota amante

Attimo fuggente

Ora che nella luce

In fondo al tuo buio

Mi son sentito

Scorrere e vivere

In un grande sorriso

Felice

Mi posso spegnere.

SEGUIRE I MIEI PADRI

Non è degli agili la corsa

Né dei forti, mai

La guerra

Voi che impoverite dio

Con la spada e la parola

Guardatemi

Seguire i miei padri nell’ombra

Tra le Eumenidi danzanti

Fuori dal buio figlio degl’occhi

Antiche ombre d’Erinni

A sparger giustizia

Su lama di corallo e distanza

Come l’Anarchia

Nella gioia del sole

La quiete

D’infiniti cieli

E di nuovo

Voi che impoverite dio

Con la vita ed il furto

Guardatemi

Abbracciare i miei padri nel vento

Malinconica

Crudele eleganza

Attimo fecondo

Di armonie involontarie

Immediate rivoluzioni

Non ho più paura di morire, ora

Ho paura di uccidere.

LA RIMA AMORE DOLORE

In un corridoio lungo e stretto, le pareti come vene di rotaie, alla mia debole impressione convergenti. Pareti come vetro nero, scuro di cenere. Lei mi supera senza prima guardare né poi voltarsi, aspira un lungo sorso di tabacco attraverso un sottile filtro d’avorio, getta a terra la sigaretta, una piccola stella cadente sul ghiaccio del pavimento. Quando la scia tocca il suolo si aprono sottili onde in ogni direzione, come fosse un sasso caduto in uno stagno. Flutti di ghiaccio, astro di pietra. Il fumo verso il soffitto, il mio respiro nel vuoto; poi il fumo si dissolve, il mio respiro retrocede nel silenzio, sedotto ed inghiottito. La chiamo ma Lei non si gira e neanch’io mi ascolto, sono muto. Raccolgo la sigaretta nell’acqua del pavimento, intorno alla superficie il barlume opaco d’un’aureola; quando estraggo la mano e la alzo davanti a me il cerchio di luce s’estingue come un fuoco senza più legna né aria. Ho raccolto una perla. Alzo gli occhi e vedo Lei, di spalle, più lontana e oscura. Più piccola, liquida e dai contorni caliginosi.

Le pareti come rotaie luccicanti, vetro nero, cenere essicata. La chiamo, di nuovo non si gira, di nuovo non mi ascolto. Non ho più fiato, non ho più respiro. Lei oltrepassa una porta, il suo mantello di nebbia l’avvolge e la dissolve ma, io penso, non la può consolare. La chiamo ancora, il ghiaccio del pavimento mi entra in gola, guardo la perla sul palmo della mano, si aprono onde in ogni direzione, dalle mie dita lungo le rotaie. Lei si è girata: “Tu sei l’Amore, io il Dolore. Questo corridoio la nostra vita, una rima. Muta. Assassina.” Grido, le onde nelle mia mano i bordi del suo mantello, quella porta l’atrio del mio petto. Lentamente un’aureola mi scalda gli occhi, sotto le palpebre sale la nebbia come il fumo d’una sigaretta. Le mie pupille avorio. Amore e Dolore, dico, senza averlo pensato. Amore e Dolore l’eco nel corridoio, come un’onda di ghiaccio in una vena, un concavo flutto di notte in un petto già buio. Lentamente l’aureola si estingue, le rotaie convergono verso il centro del mio vuoto, la loro assurda origine, l’illusione. Amore e Dolore anche nel silenzio. Apro gli occhi nel buio, sento la luce dentro di me, stella caduta. Nella sua scia, io Amore, Lei Dolore.

LACIO DROM

L’alba sotto la tangenziale. I suoi primi vagiti di traffico e fastidio a tagliare i raggi pallidi di un sole invisibile, basso e straniero. Intorno il fango, sopra il fetore di fogna misto all’odore di latte per neonati. In giro qualche topo.

Si svegliò. Rimase a letto con gli occhi aperti nell’oscurità della roulotte per alcuni minuti intravedendo il punto in cui terminava il vuoto della stanza ed iniziava l’alluminio del soffitto; sentiva il greve respiro di sua moglie sulla spalla, da fuori non proveniva alcun rumore. Si mosse con calma, non voleva svegliarla. Si mise seduto, indossò il giubbotto lasciato sulla sedia di fianco al letto, allontanò le coperte, s’infilò le scarpe e si alzò. I passi leggeri di un uomo pesante sul linoleum abraso di un antico mulo da viaggio. Serrò la porta dietro di sé, attraversò la cucina prima sentendo puzza di cavolo bollito poi scorgendone sul tavolo una pentola piena pronta per essere cucinata di nuovo. Tornò indietro ed andò a controllare: scuro, stantio e come plastificato; oltre, nel lavabo, una pila di piatti sporchi. Raggiunse la piccola stanza riservata ai figli, dischiuse piano la porta e vi si affacciò poggiando una mano allo stipite. Trattenendo il respiro. Percepì i corpi sotto le coperte ed il docile respiro del loro sonno allungare ancora la notte e la sua incoscienza. La piccola stufa ai piedi del letto graffiava debolmente calore. Indietreggiò con attenzione e si diresse all’uscita. Raccolse la sedia con cui aveva bloccato il portone, piegandola in diagonale, le gambe sul pavimento, la stecca del poggia schiena sotto la maniglia, poi aprì il battente, che cigolò, l’oltrepassò e lo richiuse, lasciando infine la sedia sull’assito, tre aste di legno nel fango.

Come sempre la prima cosa che vide furono le colonne della tangenziale sfiorate dal chiarore del giorno. Stentoree, orribili, vicine. L’impressione che la luce ne limasse i bordi, il cielo ne discutesse la possibilità. Si strofinò gli occhi e si diresse verso il bagno, qualche caravan più in là. Quando superò la soglia sperò di nuovo che sua moglie non si fosse svegliata. Né si svegliasse fino a tarda mattina.

Mentre si lavava il viso con acqua fredda ed una scorza di sapone di Marsiglia immaginò il proprio sguardo riflesso in uno specchio. Gli antichi lineamenti deformati dalla vecchiaia. Il naso pronunciato. La fronte ampia, le rughe. I denti che sentiva marci. Non si guardava in uno specchio da anni ormai. Lo spettro tratteggiato sui vetri delle porte del metro non faceva testo né poteva essere veritiero. Quello scheletro poteva appartenere a lui come a qualsiasi altra persona, tutte ossa di soldati stanchi che ritornano da una guerra inutile. Erano anche tanti anni che non contava più il tempo, ragionò, asciugandosi il viso con un rotolo di carta grigia e dura. Sospirò, gettò la carta per terra, allungò le braccia sul lavandino ponendo le mani sui bordi, il pollice sopra, le altre dita sotto. La ceramica era fredda della notte e dell’inverno, il suo corpo di quell’alba. E di quell’attesa. Pensò d’avere uno specchio lì di fronte, appeso al muro non intonacato pieno di piccoli buchi e infinite fessure, dimora d’insetti e umidità. Immaginò di guardarsi negl’occhi, vide il suo corpo sui vetri del metro scomparire gradualmente all’apertura delle porte, ricomparire poco dopo, al tonfo sordo della chiusura. Così fino a casa, fino all’infinito. Sbuffò. Nell’aria il suo respiro gli rimase per qualche istante davanti, poi cedette alla propria evanescenza e fu assorbito dall’olezzo di feci proveniente dai water poco oltre. Una volta uscito dai propri pensieri il sibilo costante e ripetitivo della tangenziale tornò a segnare il tempo che lui non misurava più, ad invadere il corpo che lui non ricordava più. Fuori sputò per terra e camminò udendo i suoi passi faticare un poco per staccarsi dal fango, infine raggiunse la sedia lasciata sull’assito, l’alzò e la pose più in là, in mezzo alla terra. S’alzò il bavero del cappotto, s’accese una sigaretta, tirò verso l’alto i pantaloni e si sedette. Il rumore della tangenziale era già cresciuto, la luce dell’alba s’allargava già morta nel giorno, oltre il grigio della nebbia come in fondo ad occhi dall’iride opaca, nel vetro di uno specchio sporco. Abbassò lo sguardo sulla terra tra i suoi piedi, si guardò le scarpe e vide due strisce di carne bianca risaltare come una malattia tra i bordi lisi del pantalone e quelli sporchi della calze corte. Diede un’altra boccata e scrollò la cenere con l’unghia del mignolo; la seguì cadere e la vide atterrare nel fango. Poco dopo alzò la testa e cercò l’inizio della lunga via di roulotte in fondo alla quale lui aveva scelto di abitare; arrivò fino al punto in cui le due sponde sembravano toccarsi. Fissò quell’illusione. Da lì, dopo qualche minuto, vide comparire gli occhi di una macchina; quando poté intenderne i bordi si mise in piedi ed il poggia schiena cigolò appena. Adagiò con cura la sigaretta, consumata neanche a metà, sul bordo della sedia, il filtro verso la parte interna, la piccola brace del tabacco verso quella esterna. Il rumore del motore era mangiato dal viaggio della tangenziale, alcuni metri sopra, quasi in cielo. Pensò di controllare l’ora nell’orologio al polso ma si ricordò di non averlo indossato appena sveglio. Comunque dovevano essere in anticipo. Meglio così.

La macchina si fermò a pochi metri da lui, appena dopo aver acquisito presenza anche sonora, non solo visiva. Dall’auto scesero i due uomini con cui aveva già parlato. Alti, freddi e scuri, di poche, chiare parole. Il saluto fu con loro uno sguardo prolungato, il gesto d’intesa la sua fine improvvisa, un movimento rapido del capo verso la roulotte. Fece strada. Superò l’assito, entrò in casa porgendo loro il portone, poi si diresse verso la stanza dei figli, quindi aprì delicatamente la porta. Tenendola spalancata, con un piede dentro ed uno fuori, fece segno ai due d’entrare. Una volta oltrepassata la soglia richiuse tutti all’interno, sé compreso.

Si fecero avanti. Uno estrasse da una tasca dell’impermeabile una pila lunga e sottile, l’altro alzò piano le coperte. I due neonati dormivano in un unico letto sopra un materasso senza fodera. Quello accese la sua piccola luce e s’avvicinò a passi lenti; toccando con le ginocchia il bordo del letto sollevò le palpebre ad entrambi i bimbi, illuminandone poi gli occhi, poco dopo ripose il suo strumento dove l’aveva preso e tastò loro il petto per sentirne il battito. Rimase a lungo con la mano sul cuore dei bambini. Lui osservava ascoltando il faticoso silenzio della roulotte sfiorato dal brusio della stufa e, più in là, dallo sciabordare meccanico della tangenziale. L’uomo s’allontanò dal letto e parlò con l’altro per alcuni secondi, sussurrandosi nelle orecchie. Lui aspettava e cercava di non pensare. O di pensare il meglio, il necessario. Vide quello sollevare un bambino ed entrambi voltarsi verso di lui; alzò il mento e strinse gli occhi per distinguere quale fosse il prescelto, quello che immaginava. Poco dopo annuì. Raccolse da uno scaffale senza antina un vecchio straccio bianco, compì un passo in direzione del letto, si fece consegnare il bambino, lo avvolse nello straccio, lo guardò un’ultima volta, ma solo di sfuggita, e lo rimise nelle braccia dell’uomo. Si guardarono in faccia mentre l’altro tirava fuori una busta bianca rigonfia, chiusa da un elastico, e lui solo ora si concentrava sul profumo di latte presente nella stanza. Quello gli tese la busta. Lui la prese, l’aprì, controllò sbadatamente, infine la richiuse e l’intascò. Un passo indietro ed aprì la porta per farli andar fuori. Mentre quelli erano già sull’uscio tornò verso il letto passando dietro di loro e rimboccò le coperte all’altro bimbo. I due si voltarono a guardarlo, infine, quando lui tornò verso di loro, uscirono, e le travi dell’assito gemettero.

Li vide salire in macchina, fare inversione, andarsene. Le due luci rosse posteriori s’illuminarono in fondo alla via, prima della curva, poi l’auto svoltò e scomparve. In mente gli rimase il gesto dell’uomo che protesse con una mano il cranio di suo figlio mentre si sedeva al posto del passeggero con lui in braccio, ridotto ad un fagotto bianco, enorme baco da seta da cui sarebbe sbocciata, altrove, una luminosa farfalla, semplicemente un’altra vita. Raccolse la sigaretta ormai smunta ed esangue dal bordo della sedia, l’accese per l’ultima boccata, soffiò in alto il fumo, verso la linea del cielo e le colonne della tangenziale, infine la gettò a terra e si sedette. Guardava la terra tra i suoi piedi, la carne bianca tra i pantaloni e le calze. Poco dopo sentì la presenza di qualcuno alle spalle, si voltò e trovò sua moglie in piedi sull’assito, le braccia conserte, uno scialle nero a coprire superficialmente le spalle e la gola. Rimasero a guardarsi senza parlare per alcuni istanti, dopo di che lei allungò un braccio porgendogli l’orologio. Lui annuì lentamente, poi s’alzò e con la punta della scarpa schiacciò la sigaretta, già spenta; raggiunse sua moglie e la guardò, occhi negl’occhi. Sapeva di latte. Non l’aveva ancora svezzato. Estrasse dalla tasca la busta coi soldi e gliela consegnò, poi prese l’orologio, lo cinse intorno al polso ed entrò nella roulotte sfiorandole le spalle. Raccolse da sotto il proprio letto il violino con cui intratteneva, o infastidiva, i passeggeri del metro. Tornò fuori e vide sua moglie srotolare l’elastico dalla busta e con esso legarsi i lunghi capelli neri dietro la schiena, a coda di cavallo, poi contare velocemente i soldi; lui calpestò l’assito e la superò, infine si sedette di nuovo sulla sedia.

Dopo aver appoggiato la coda del violino tra la gola e la spalla: “Lacio drom”[1], sussurrò.

Senza saperlo iniziò a suonare Mozart, sinfonia 40 in sol minore. Riusciva a malapena ad udire le dolci onde della melodia sotto il frastuono della tangenziale. Percepì sua moglie rientrare in casa. L’alba s’era ormai dischiusa nella mattina, fredda ed appena chiara.


[1] “Buon viaggio” in lingua gitana.

One comment

  1. Moreno ha detto:

    Ciao , vorrei chiedere per favore a Massimiliano dove posso contattare Roberto bertoglio , ho fatto parte per anni alla fossa dei leoni , e vorrei parlare con lui per una cosa speciale da dedicare a mio nipotino . Spero di avere una risposta , grazie mille per l’aiuto

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