Anticipazioni – Francesco Filia

Pubblicato il 15 maggio 2017 su Anticipazioni

Anticipazioni

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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

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Francesco Filia

Inediti da Parole per la resa

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Con un commento di Laura Cantelmo

Nota di poetica

Il progetto Parole per la resa nasce dall’esigenza di ritornare sul rapporto tra vita e parola, dal tentativo di indagare in che modo la parola poetica possa restituire la dimensione dell’esistenza nella sua radicale finitudine. La resa, di cui parla il titolo dell’opera, ha un duplice significato, da un lato l’arrendersi al ritmo elementare della vita, al suo implacabile e irrimediabile ciclo di creazione e distruzione, dall’altro restituirne, per frammenti e accensioni, la tremenda e irriducibile bellezza. Il libro si dovrebbe articolare in quattro sezioni che, da prospettive e tempi diversi, accerchiano d’assedio l’oggetto del dettato e, a loro volta, ne sono assediate e sconfitte.

Francesco Filia

Intorno alla natura delle cose non diremo parola

di troppo, dimoreremo nelle radici

di un ulivo secolare, nella terra penetrata e madre

nel fruscio verde-matto di questa stagione.

Ci troveranno nel silenzio di un frutto

caduto. Il cerchio dei giorni macina limpido olio

e morchia.

*

C’è qualcosa che preme le tempie

le schiaccia, dopo una prima

accennata resistenza, le penetra

come un chiodo che affonda

nel cavo di un mattone e il dolore

si fa preciso, concentrato. Questa,

mi sembra, la chiamino vita.

La pressione dell’aria sul viso

in quest’alba o il freddo contatto

del pavimento sulla guancia, l’infinito

smarrirsi dell’occhio nella fuga

di una mattonella. Diventare

nient’altro che spazio, mera

estensione, variazione minima del male.

*

Attoniti gli occhi accolgono

l’azzurro ghiaccio di un cielo

limpido e senza rimedio.

Distogliere lo sguardo, rivolgerlo

al cieco dibattersi di ogni essere, dove

infuria la terra, placida e tremenda, la vita

che esplode e si dilania per un nonnulla

e forse sarebbe più vero tornare

ad essere specie, feroce ingranaggio

della sopravvivenza, ottusa potenza

senza nessun enigma. Ameba

che continua a persistere, a farsi

spazio nel buio, nell’amniotico buio,

atroce e certo, di ogni inizio.

*

Lo sgomento per una primordiale cellula

che duplica se stessa per intero in eterno,

in ottusa certezza senza distinzione,

senza l’atroce scoperta d’essere

un cavo disperato cercare.

*

Gemelli cloni tornare

a un’indistinta gemmazione

a un proliferare di virus

eterni e imbattibili

mimetici e mutanti

la forza primordiale che li abita, l’inizio

– se mai è veramente iniziato –

deve essere stato un urlo

un cosmico stupro, un divorare

il nulla, ingabbiarlo nello specchio

del suo doppio, un quasi essere

un feto che azzanna,

vorace, alla gola.

*

Dobbiamo consegnare le parole della resa.

È l’ultimo compito rimastoci, nessun

testamento, ma un relitto di carta

lasciato marcire nell’acqua buia

di queste ore. Vederlo sprofondare

l’inchiostro diluirsi, slabbrarsi le parole

macchia informe sul bianco del tempo.

*

Forse, da sempre, nient’altro che noia:

una bolla d’aria in un pomeriggio estivo

l’odore del cibo sui vestiti in un novembre

di milioni di anni fa, leggendo un libro,

ascoltando, in un loop infinito, la stessa

identica canzone, guardando il soffitto

in ogni sua minima fessura, sgomento

del tempo che divora se stesso:

lento, costante, implacabile.

Una fila di formiche passa radente

al muro, un ordine che non ha bisogno

di parole, l’accumulo perenne della

polvere sulle mensole, patina

su ogni cosa, sudario dell’eterno.

*

Un rosso interminabile crepuscolo

radente tetti di sangue e asfalto.

Il muto divenire di ogni cosa

calmo, implacabile,

senza alcun sussulto, se non

questo incessante domandare

anche su un’impercettibile rifrazione

di luce nel vetro.

Avvicinarsi allo spigolo

della finestra, poggiare il dito

sentire la pressione sul polpastrello,

ritrarlo, esterrefatto,

con una lentezza che non accetta parole,

nient’altro che questo.

*

La resa alla ruggine dei corrimani

ai nostri respiri concitati, al diluvio

di acqua e tempo nelle strade

allo scandire perfetto delle ore,

arrendersi al ritmo elementare della vita

fino alla linea di resistenza di un pugno

che afferra l’aria e insorge,

sudore e nervi tesi, fino

all’attrito dell’adolescenza

che ritorna di colpo, fino

a quegli occhi, spauriti e indomiti.

*

Tornano spellati e avvolti in un’aura di sale e luce

(prede si dibattono nella rete a tracolla ancora vive)

fantasmi nelle tenebre imminenti delle otto di sera

nei loro occhi una gioia feroce, l’adolescenza,

la certezza dei giorni futuri, uno sterminio.

*

Galleggiare un palmo sotto

il moto delle onde, il viso verso l’alto

in apnea e guardare, nel bruciore di sale

negli occhi, il cielo che trema

in una trasparenza irraggiungibile,

i raggi del sole che trafiggono l’acqua

e l’abbandonarsi del mio corpo alla deriva.

Provare, in un tremito, lo svuotarsi

improvviso dei polmoni

le bolle che risalgono in superficie

leggère lontane intuire,

in ultimo rantolo, cosa significa

morire per acqua.

*

Nota biobibliografica

Francesco Filia vive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Insegna filosofia e storia in un liceo cittadino. Si interessa prevalentemente di filosofia, poesia e critica letteraria. Sue poesie e note critiche sono presenti in numerose riviste e antologie (Subway. Poeti italiani underground, Net, 2006; Da Napoli verso, Kairos, 2007; Il miele del silenzio, Interlinea, 2009; Parole in circuito, Fermenti, 2010; La disarmata, Cfr edizioni, 2014; Umana Troppo umana, Aragno editore, 2017; Passione poesia, Cfr edizioni, 2017). Ha pubblicato i poemi: Il margine di una città (Il Laboratorio, 2008, con prefazione di Raffaele Piazza); La neve (Fara, 2012), vincitore e finalista di diversi premi nazionali (Vincitore del concorso nazionale inediti “Faraexcelsior” 2012; vincitore del concorso nazionale editi “Civetta di Minerva” 2013 e finalista del premio nazionale “Pontedilegno Poesia” 2013); La zona rossa (Il Laboratorio, 2015, con prefazione di Aldo Masullo). È redattore di Poetarumsilva.

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Nota di lettura

In un tempo in cui la parola si è sempre più allontanata dal significato raggiungendo a volte il puro gioco, se non l’incomprensibilità, questi inediti di Francesco Filia, tratti dal progetto di una silloge denominata Parole per la resa, si prefiggono il compito lussuoso e ormai sempre più raro, di un ritorno al “pensiero poetante” di leopardiana memoria. Un tentativo prometeico di “dire” l’indicibile all’interno di un pessimismo cosmico che permea, come in Leopardi, la visione del mondo.

Come proposto dal titolo stesso, Filia si pone il quesito relativo alla possibilità di definire attraverso la parola poetica, la dimensione della drammatica finitudine dell’esistenza. La complessità dell’assunto, però, è presentata dall’altro termine, resa, che nella propria ambiguità semantica comprende il duplice significato denotativo di “restituire” e di “arrendersi”.

Ipotizzando un riferimento a Saussure, la ricerca da parte del poeta di una parole (in francese) come espressione del soggetto parlante e scrivente all’interno dell’immenso bacino della langue, patrimonio di un’intera comunità, sembra tendere a un barlume di speranza (se mai se ne può individuare uno in questi versi) nel “tornare specie” in un universo popolato da monadi, al fine di ritrovare un senso di collettività umana.

In una realtà nella quale l’essere si dibatte “sotto un cielo di ghiaccio”, dove la vita “esplode e si dilania per un nonnulla”, in una condizione di assenza di telos che suggerisce “Dio è morto” di Nietzsche, il senso d’impotenza implica una disperata resa all’assedio della vita, alla sua schiacciante finitudine.

D’altro canto, il significato di resa come restituzione di senso alla parola, implica non solo il desiderio di riportare il linguaggio a una purezza e a una coerenza priva di mistificazioni, ma un’ansia di comunicazione intesa come condivisione con l’Altro in un sistema di relazioni all’interno del proprio genus umano.

Poesia complessa, inevitabilmente rigorosa nel linguaggio, date le premesse, nella quale si ritrova quel senso di stare in bilico sull’infinito che la avvicina ai classici della nostra letteratura.

Laura Cantelmo

6 comments

  1. Salvatore Violante ha detto:

    Bravo Francesco Filia. Anche tu fuori dalle Arkadie.
    Anche tu in cerca del ponte che lega la vita alle parole. Anche tu fuori dai Boschi Parrasi. C’è una inconfessabile felicità che mi prende in questi frangenti. Te ne sono grato.

  2. Francesco Filia ha detto:

    Ringrazio di cuore la redazione di Milanocosa per l’ospitalità e per l’attenzione ai miei testi oltre che per la bella e puntualissima lettura di Laura Cantelmo, che coglie aspetti fondamentali non solo dei testi ma anche della poetica ad essi sottesa.

    @Salvatore. Grazie per le tue belle parole, ne sono felice.

  3. leopoldo attolico ha detto:

    Grati a Francesco e Laura , sentitamente .
    leopoldo attolico –

  4. Anna Maria Curci ha detto:

    Il cammino e la resa, la tua poesia, Francesco. Felicissima di leggere questo passo così significativo. Grazie a Francesco Filia per i suoi versi, grazie a Laura Cantelmo per la sua lettura.

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